martedì 25 giugno 2013

ENDOMETRIOSI, NEL LAZIO COLPISCE QUASI 300MILA DONNE. I GINECOLOGI: “SUBITO I REGISTRI REGIONALI PER MONITORARLA”

Una malattia in continua crescita, dall’allarmante peso sociale: per 8 pazienti su 10 ha serie influenze sul lavoro. Il prof. Vittori (SIGO): “Con l’adesione di 5 Governatori possiamo estendere automaticamente l’Osservatorio a tutto il Paese. Aiutando anche il welfare” 

Nel Lazio, una donna su 10 soffre di endometriosi. Quasi 300mila pazienti, costrette in certi casi ad aspettare fino a dieci anni per ricevere una diagnosi corretta. Vivono una quotidianità segnata da dolori mestruali fortissimi e rapporti sessuali praticamente impossibili. Il 79% ha ripercussioni sul lavoro. Ma oggi la ricerca è in grado di offrire loro un aiuto importante: si chiama dienogest ed è la prima terapia orale specifica approvata per la malattia. “È una molecola caratterizzata da profili di tollerabilità e sicurezza che ne permettono l’impiego a lungo termine – spiega il prof. Giorgio Vittori, Past President della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) durante il Sanit, il 10° Forum internazionale della salute in chiusura oggi a Roma –. Un progestinico in grado di ridurre il dolore e la sintomatologia. Erano vent’anni che aspettavamo questa rivoluzione. Infatti, l’endometriosi è una patologia molto invalidante. Le Società Scientifiche e le Associazioni di pazienti già nel 2005 avevamo proposto al Parlamento italiano di includerla tra le malattie di interesse sociale, perché non riguarda solo la qualità della vita, ma tocca problematiche ben più ampie. È una delle più diffuse cause di infertilità: ne è colpito il 30% delle donne che non riesce a procreare. Una situazione che aggrava un dato già allarmante: nel nostro Paese registriamo ogni anno 250mila nascite in meno di quelle necessarie per mantenere la curva della previdenza sociale. In un momento nel quale il tasso di fecondità è così basso, è evidente come l’endometriosi diventi una questione nazionale. Per fortuna, nel 2012 la malattia è stata aggiunta nelle tabelle di invalidità. Secondo il nostro parere, il prossimo passo decisivo è l’istituzione di Registri regionali, presenti ad oggi solo in Friuli, il primo a disporre, dopo legge ad hoc (n.18/2012), un Osservatorio sulla patologia con il compito di promuoverne la diagnosi precoce e la sua conoscenza. Il vantaggio della creazione di questi strumenti è poco percepito: conoscere meglio il disturbo permette di organizzare strategie appropriate e minimizzare gli sprechi. Coglierlo nelle prime fasi significa ridurre di 25 volte la spesa sanitaria e previdenziale. Lanciamo quindi un appello agli Enti locali: realizziamo i Registri regionali. Se soltanto accettassero cinque Governatori, l’estensione scatterebbe in automatico a tutta l’Italia”. L’endometriosi è una patologia dovuta alla presenza di tessuto endometriale al di fuori della sua sede naturale, l’utero, che migra in altre sedi del corpo determinando lesioni locali. È in costante crescita e colpisce fin dalla giovane età: 7 su 10 presentano manifestazioni tipiche addirittura da adolescenti, ma il 47% deve consultare addirittura cinque specialisti prima di ricevere la diagnosi. “La terapia a base di dienogest riveste un’importanza assoluta per le pazienti in età riproduttiva – aggiunge il prof. Felice Petraglia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Siena –. Induce uno stato di inibizione dell’ovulazione completo ma temporaneo, preservando così la salute delle ovaie. Come dimostrato dagli studi, dopo la sua sospensione l’attività fisiologica riprende in maniera regolare. L’efficacia della molecola permette di ridurre in modo drastico anche gli interventi chirurgici. Soluzioni comunque non definitive, che in un caso su 3 possono presentare recidive. Inoltre il dienogest non presenta conseguenze androgeniche di rilievo, come ad esempio l’irsutismo”.

Le cause dell’endometriosi non sono ancora del tutto note, ma è probabile che un ruolo importante lo giochi il numero medio di mestruazioni nella vita. Infatti, queste corrispondono a veri e propri picchi infiammatori, che colpiscono ovviamente l’utero e i suoi tessuti. “Il numero di cicli è aumentato in maniera considerevole nelle occidentali e in particolar modo nelle italiane – conclude il prof. Vittori –, perché procreano sempre di meno. Il tasso di fecondità del nostro Paese è di 1,39 figli per donna, uno dei più bassi al mondo, con un’età media al primo parto elevata: 31,4 anni. Questo purtroppo non basta a spiegare l’evoluzione di una patologia così particolare. Di conseguenza, per assicurare alle pazienti la miglior qualità di vita possibile dobbiamo monitorare con costanza l’evoluzione della malattia. Questo ci permetterà di prevenire danni più ampi, come sul fronte della fertilità, e di risparmiare. Non dimentichiamo che si tratta di pazienti costrette a consumare farmaci antidolorifici e prestazioni diagnostiche e terapeutiche in gran quantità, sia prima che dopo la diagnosi. L’endometriosi costa all’Unione Europea, in termini sanitari e socio-economici, circa 30 miliardi di euro l’anno”.  


 (Fonte: informazione.it - comunicati stampa)

SALUTE: BIANCONI, DATI SIGO CONFERMANO CHE ENDOMETRIOSI E' INVALIDANTE

(AGENPARL) - Roma, 21 giu - "I dati presentati oggi al Sanit a Roma dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) sulla gravità della patologia dell'endometriosi confermano quanto da anni, anche grazie all'Indagine conoscitiva del Senato, sosteniamo da tempo". Lo ha dichiarato in una nota la senatrice Laura Bianconi, capogruppo del GAL in Commissione Igiene e Sanità del Senato.
"Fino a quando non verrà istituito un vero e proprio registro nazionale su questa patologia - sottolinea Bianconi - non si potrà avere un quadro preciso delle donne che ne soffrono e, di conseguenza, una situazione chiara che ci permetta di allocare al meglio i fondi. Ben venga che oggi la Sigo ha ricordato nuovamente la gravità di questa patologia e l'alto numero di donne che ne soffre. Mi auguro - ha poi concluso Laura Bianconi - che presto anche le Tabelle d'invalidità vengano aggiornate così da comprendere la patologia dell'endometriosi, che per molte donne è veramente altamente invalidante. Un lavoro, questo sulle tabelle, che abbiamo fatto anche con il supporto dell'Inps già nella scorsa legislatura e che serve a sostenere queste donne anche economicamente, come ho avuto modo di ricordare recentemente in Commissione al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin".

Fonte: Agenzia Parlamentare

mercoledì 29 maggio 2013

Un alterato funzionamento della tiroide può essere causa di infertilità.

 
Le disfunzioni della tiroide  (ipotiroidismo e ipertiroidismo), se non correttamente trattate, possono  provocare irregolarità mestruali e dell’ovulazione, riducendo quindi le probabilità di concepimento.
E’ opportuno pertanto, prima di pianificare una gravidanza  effettuare un controllo della funzione tiroidea.
Gli ormoni tiroidei  svolgono un ruolo importante nella regolazione della fertilità infatti circa il 10% delle infertilità femminile sono legati a problemi di tale ghiandola.
E’ soprattutto l’ipotiroidismo a interferire con la fertilità della donna  provocando  un rallentamento  del metabolismo degli ormoni sessuali e in particolare dell’FSH, che potrebbe aumentare.
Inoltre nei casi di ipotiroidismo vi è un aumento del TRH (ormome di rilascio della tireotropina) e del TSH (thyroid-stimulating hormone, ormone tireostimolante),prodotti rispettivamente dall’ipotalamo e dell’ipofisi, che   provocano a loro  volta un aumento della prolattina  .
Di contro una condizione di ipertirodismo può causare una diminuzione nella quantità di estrogeni e quindi portare ad un’alterata crescita dell’endometrio con conseguenti  spotting anomali durante il ciclo.
Lo iodio è un elemento fondamentale per la fertilità e per il buon funzionamento dell’organismo. Livelli di iodio estremamente bassi nella dieta possono provocare una ridotta attività della tiroide,  e pertanto portare a stanchezza, depressione, dolori muscolari, perdita di memoria e intolleranza al freddo.
In età fertile quindi,  si  dovrebbero consumare 150 µg di iodio al giorno e  prediligere alimenti in essi contenuti , quali il pesce  ed i frutti di mare, il pane, il formaggio, il latte vaccino, le uova e gli yogurt.
L'apporto fornito dal sale iodato si associa a quello dei comuni alimenti garantendo, nell'ambito di una dieta comunque variata e bilanciata, la copertura del fabbisogno giornaliero.
Concludendo raccomandiamo alle coppie con problemi di infertilità di effettuare un controllo endocrinologico e determinare l’eventuale quantità di iodio di cui necessitano.

Fonte: Medicina della Riproduzione Italiana

lunedì 13 maggio 2013

Ecografia transvaginale

Che cos'è?

L'ecografia transvaginale o più semplicemente TVS (Trans-Vaginal Sonography) è una tecnica diagnostica per immagini, che indaga morfologia e stato di salute degli organi genitali interni femminili. Grazie a questo esame è quindi possibile studiare utero, ovaie ed annessi, e controllare la gravidanza nel primo trimestre o nel quadro di tecniche di riproduzione assistita.
L'ecografia transvaginale si basa sull'emissione di onde sonore ad elevata frequenza (non udibili dall'orecchio umano) da parte di una sonda inserita nella vagina; come in qualsiasi altro esame ecografico, le onde sonore emesse dall'apparecchio vengono in parte riflesse dai tessuti che incontrano, in relazione alla loro densità (fenomeno dell'eco). Le onde sonore così riflesse vengono captate dalla stessa sonda che le ha generate, ed elaborate da un calcolatore informatico per ricostruire immagini in tempo reale delle regioni anatomiche studiate.ecografia transvaginale

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Ecografia transvaginale: quando e perché si esegue?

L'ecografia transvaginale viene tipicamente impiegata in donne con problemi di infertilità, sanguinamenti anomali (che possono essere legati a cause benigne piuttosto comuni, come fibromi o polipi), dolori pelvici di origine ignota, amenorrea, malformazioni congenite di utero ed ovaie, e dinanzi al sospetto di tumori od infezioni.
Può essere inoltre impiegata al termine del primo mese di gravidanza (ecografia ostetrica) per la capacità di evidenziare più precocemente le immagini dell'embrione e degli annessi, con definizione e qualità d'immagini nettamente superiori all'ecografia transaddominale. In fasi successive della gravidanza, l'ecografia transvaginale può essere impiegata qualora si renda necessaria una miglior visualizzazione delle strutture adiacenti alla cervice. Ricordiamo che l'ecografia transvaginale non comporta l'impiego di radiazioni ionizzanti (come quelle utilizzate durante le radiografie) e non comporta quindi alcun pericolo per la madre ed il feto.

Ecografia transvaginale: come si esegue?

L'ecografia transvaginale può sostituirsi all'ecografia pelvica per via transaddominale (TAS), che dev'essere rigorosamente effettuata a vescica piena per facilitare la visualizzazione e lo studio degli organi pelvici. Al contrario, l'ecografia per via transvaginale viene effettuata preferibilmente a vescica vuota, risparmiando alla paziente questo fastidio; dall'altra parte non va certo trascurato il possibile discomfort prodotto dalla sonda e dalle eventuali operazioni manuali del medico, utilizzabili per muovere l'utero e gli altri organi pelvici. Ricordiamo a tal proposito che l'esecuzione dell'ecografia transvaginale è assai simile ad una visita ginecologica; la paziente, si trova infatti distesa supina su un lettino in posizione genecologica. La sonda, coperta da una specie di profilattico cosparso di un lubrificante sterile, viene quindi inserita con delicatezza nella vagina. Generalmente non è richiesta alcuna preparazione particolare nei giorni che precedono l'indagine ecografica; tutta la documentazione relativa ad eventuali esami precedentemente effettuati, dev'essere portata in ambulatorio al momento dell'effettuazione dell'ecografia, che può essere eseguita in qualsiasi fase del ciclo mestruale.

L'approccio transvaginale per l'indagine degli organi pelvici permette di ricavare immagini più precise e dettagliate dallo studio anatomico della regione, data la vicinanza della sonda alle strutture da esaminare, e vista la mancanza degli organi e dei tessuti incontrati nella via transaddominale (come appunto la vescica e lo strato adiposo, problematico nelle donne obese). In particolare, grazie all'impiego di frequenze di insonazione più elevate, l'ecografia transvaginale permette di ottenere dettagli anatomici dell'utero, delle ovaie e dell'endometrio che non possono essere riprodotte con la TAS. Spesso, comunque, ecografia transvaginale ed ecografia pelvica transaddominale vengono utilizzate congiuntamente per ottenere una visione globale dello stato di salute degli organi pelvici. L'ecografia per via transaddominale/transvescicale permette infatti una miglior visualizzazione delle strutture superficiali e distali alla vagina.

Fonte: My Personaltrainer



giovedì 18 aprile 2013

Cure e rimedi per i dolori mestruali

 

Cure e rimedi per i dolori mestruali
 

Diagnosi

La diagnosi di dismenorrea è sostanzialmente clinica; a tale scopo il medico compie innanzitutto un'accurata anamnesi circa le caratteristiche del dolore mestruale, la sua ciclicità e irradiazione, ma anche l'età di insorgenza del menarca, l'assunzione di determinati farmaci o integratori, l'aspetto delle perdite vaginali, il mezzo contraccettivo utilizzato, la regolarità dei cicli e la presenza o meno di disturbi associati. La visita medica generale può quindi indirizzare la paziente verso un esame ginecologico accurato, in modo da indagare eventuali cause di dolori mestruali secondari. Tra le tecniche diagnostiche di comune utilizzo rientrano l'ecografia pelvica, la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica (tutti esami indolore e non invasivi), l'isteroscopia (inserimento di un piccolo tubicino nella vagina, che viene fatto risalire fino all'utero per controllare visivamente lo stato di salute dell'organo tramite una microtelecamera) e la laparoscopia (la microcamera collocata nel microcatetere accede alle aree da controllare mediante una piccola incisione in prossimità dell'ombelico).

Cura e trattamento


In presenza di dismenorrea primaria, i dolori mestruali vengono trattati essenzialmente in due modi. Il primo si basa sull'utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei, particolarmente utili per attenuare la sintomatologia dolorosa; la loro azione farmacologica, tra l'altro, diminuisce la concentrazione locale di prostaglandine attraverso il blocco della ciclossigenasi. La terapia viene normalmente iniziata il giorno stesso delle mestruazioni o meglio, nel caso sia possibile stabilire il loro arrivo, già in quello precedente, quindi continuata per le successive 48-72 ore. I princìpi attivi di più comune impiego sono l'ibuprofene, il naproxene e l'acido meclofenamico, tutti controindicati in presenza di ulcera peptica.
Nel caso non vi siano controindicazioni all'uso della pillola anticoncezionale, questa si rivela spesso efficace nel ridurre la severità dei crampi mestruali, grazie alla capacità di inibire l'ovulazione e diminuire la contrattilità uterina.
In presenza di dismenorrea secondaria occorre ovviamente trattare la patologia organica di base; ad esempio, in presenza di endometriosi o fibroidi si procede con l'eliminazione del tessuto anomalo tramite interventi di chirurgia mini-invasiva, come la stessa laparoscopia. In questi casi, la somministrazione di FANS è normalmente priva di efficacia.

Altri rimedi per i dolori mestruali

Per molte donne il calore rappresenta un validissimo aiuto contro i dolori mestruali; un bagno caldo od una borsa d'acqua calda sull'addome sono tra i rimedi casalinghi più diffusi. Altri trattamenti non farmacologici comprendono massaggi circolari e delicati al basso ventre, esercizi di allungamento muscolare, tecniche di yoga e meditazione, TENS, agopuntura e psicoterapia. Gli integratori più popolari contro i dolori mestruali sono quelli di magnesio, omega-3, vitamina E, zinco e vitamina B1. La carenza di omega-3, unitamente agli eccessi di omega-6 (tipici delle nazioni industrializzate per il ridotto consumo di pesce e l'elevato apporto di oli vegetali), favorisce la produzione di prostaglandine ed altre sostanze ad azione pro-infiammatoria; per questo motivo, aldilà dell'eventuale integrazione con EPA e DHA (omega-tre), in presenza di dolori mestruali può essere d'aiuto consumare maggiori quantità di salmone, pesce azzurro ed olio di semi di lino. Tra i rimedi erboristici indicati in presenza di dismenorrea ricordiamo l'Angelica sinensis (Dong Quai), la potentilla Anserina (Argentina) e la Cimicifuga racemosa. 
 
Fonte: My personaltrainer



venerdì 5 aprile 2013

Svago: delizie senza zucchero

Plum cake arance rosse

 Sommario

Dosi per10 Porzioni
Preparazione
20 minuti
Cottura
30 minuti
Tempo totale
50 minuti
CostoBasso
DifficoltàFacile         

Ingredienti

220 Grammi di Farina
250 Grammi di yogurt magro
2 Uova
50 Millilitri di olio di oliva extravergine
20 Grammi di Lievito in polvere
60 Gocce di dolcificante liquido
4 Arance rosse di Sicilia
 
Preparazione: 

Spremete tre arance rosse, conservate la polpa e bevete la buonissima e sana aranciata…
Tagliate la quarta arancia a fette finissime (1), da tagliare a loro volta a metà.
Mescolate allo yogurt, le uova (2), poi l’olio d’oliva mescolando bene e incorporandolo al composto (3).

  

Aggiungete la polpa delle arance e il dolcificante liquido (4). Intanto mescolate farina e lievito in polvere, che, setacciati, andranno incorporati al composto poco per volta (5). Si otterrà un composto morbido, gli unici grumi visibili dovranno essere di polpa d’arancia (6).

  

Riempite lo stampo con il composto e, con le fettine di arancia, decorate la superficie del plum cake (7).
Infornate a 180° per 40 minuti. Non aprite il forno durante la cottura! Togliete dallo stampo soltanto quando sarà raffreddato (8).

 
 
 Fonte:Dolci.it
 

martedì 2 aprile 2013

L’alimentazione e i tumori

 

Quanto incidono le abitudini alimentari sul rischio di sviluppare un tumore? 

Un numero crescente di studi sta dimostrando l'importanza di una sana alimentazione nella prevenzione del cancro. Non è facile fare calcoli precisi, ma l'American Institute for Cancer Research ha calcolato che le cattive abitudini alimentari sono responsabili di circa tre tumori su dieci.
In alcuni casi ciò dipende dalla presenza in alcuni cibi di sostanze che favoriscono lo sviluppo della malattia:

  • i nitriti e i nitrati utilizzati per la conservazione dei salumi, per esempio, facilitano la comparsa del tumore dello stomaco, tanto che in Italia questa malattia è più diffusa nelle regioni in cui il consumo di questi prodotti è maggiore;
  • talvolta gli alimenti in sé non sarebbero dannosi, ma possono essere contaminati da sostanze come le aflatossine, liberate da determinate muffe nel mais o in altre granaglie e legumi mal conservati. Tale contaminazione è più frequente nei Paesi in via di sviluppo, dove le aflatossine sono responsabili di una quota rilevante di tumori del fegato;
  • più in generale gli studi epidemiologici hanno dimostrato che un'alimentazione ricca di grassi e proteine animali favorisce la comparsa della malattia, mentre la preferenza per gli alimenti ricchi di fibre, vitamine e oligoelementi, come cereali integrali, legumi e verdure, sembra avere un effetto protettivo.

Ci sono ormai molte prove che una sana alimentazione vada adottata fin dalla più tenera età, ma non è mai troppo tardi per cambiare menu e, secondo alcune ricerche, anche le persone alle quali è stato già diagnosticato il cancro possono trarre vantaggio da una dieta più sana.

Fonte: AIRC

martedì 26 marzo 2013

martedì 12 marzo 2013

Tumore al seno

Cos'è

Il seno è costituito da un insieme di ghiandole e tessuto adiposo ed è posto tra la pelle e la parete del torace.
In realtà non è una ghiandola sola, ma un insieme di strutture ghiandolari, chiamate lobuli, unite tra loro a formare un lobo.  In un seno vi sono da 15 a 20 lobi. Il latte giunge al capezzolo dai lobuli attraverso piccoli tubi chiamati dotti galattofori (o lattiferi).
Il tumore del seno è una malattia potenzialmente grave se non è individuata e curata per tempo. È dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in cellule maligne.
Ciò significa che hanno la capacità di staccarsi dal tessuto che le ha generate per invadere i tessuti circostanti e, col tempo, anche gli altri organi del corpo. In teoria si possono formare tumori da tutti i tipi di tessuti del seno, ma i più frequenti nascono dalle cellule ghiandolari (dai lobuli) o da quelle che formano la parete dei dotti.

Tipologie

Sono due i tipi di cancro del seno: le forme non invasive e quelle invasive.
Le forme non invasive sono due:
  • il carcinoma duttale in situ  (o CDIS): è una forma iniziale di cancro al seno limitata alle cellule che formano la parete dei dotti. Se non viene curata può diventare invasiva.
  • il carcinoma lobulare in situ  (CLIS): benché anche questo tipo di tumore non sia invasivo, è un segnale di aumentato rischio di formare tumori in ambedue i seni.
Le forme invasive sono due:
  • il carcinoma duttale infiltrante: si chiama così quando supera la parete del dotto. Rappresenta tra il 70 e l'80 per cento di tutte le forme di cancro del seno.
  • il carcinoma lobulare infiltrante: si chiama così quando il tumore supera la parete del lobulo. Rappresenta il 10-15 per cento di tutti i cancri del seno. Può colpire contemporaneamente ambedue i seni o comparire in più punti nello stesso seno.

Evoluzione

IIl tumore del seno viene classificato in cinque stadi.
  • Stadio 0: è chiamato anche carcinoma in situ. Può essere di due tipi:
    • Carcinoma lobulare in situ: non è un tumore aggressivo ma può rappresentare un fattore di rischio per la formazione successiva di una lesione maligna.
    • Carcinoma duttale in situ: colpisce le cellule dei dotti e aumenta il rischio di avere un cancro nello stesso seno.
  • Stadio I: è un cancro in fase iniziale, con meno di 2 cm di diametro e senza coinvolgimento dei linfonodi.
  • Stadio II: è un cancro in fase iniziale di meno di 2 cm di diametro che però ha già coinvolto i linfonodi sotto l'ascella; oppure è un tumore di più di 2 cm di diametro senza coinvolgimento dei linfonodi.
  • Stadio III: è un tumore localmente avanzato, di dimensioni variabili, ma che ha coinvolto già anche i linfonodi sotto l'ascella, oppure che coinvolge i tessuti vicini al seno (per esempio la pelle).
  • Stadio IV: è un cancro già metastatizzato che ha coinvolto altri organi al di fuori del seno.
Se il tumore viene identificato allo stadio 0, la sopravvivenza a cinque anni nelle donne trattate è del 98 per cento, anche se le ricadute variano tra il 9 e il 30 per cento dei casi, a seconda della terapia effettuata. Se i linfonodi sono positivi, cioè contengono cellule tumorali, la sopravvivenza a cinque anni è del 75 per cento.

Nel cancro metastatizzato, cioè quello che ha già colpito altri organi al di fuori del seno (in genere i polmoni, il fegato e le ossa), la sopravvivenza media delle pazienti curate con chemioterapia è di due anni, ma ciò significa che vi sono casi in cui la sopravvivenza è molto più lunga, anche fino a dieci anni.

Sintomi

In genere le forme iniziali di tumore del seno non provocano dolore.  Uno studio effettuato su quasi mille donne con dolore al seno ha dimostrato che solo lo 0,4 per cento di esse aveva una lesione maligna, mentre nel 12,3 per cento erano presenti lesioni benigne (come le cisti) e nel resto dei casi non vi era alcuna lesione.
Il dolore era provocato solo dalle naturali variazioni degli ormoni durante il ciclo.
Da cercare, invece, sono gli eventuali noduli palpabili o addirittura visibili. La metà dei casi di tumore del seno si presenta nel quadrante superiore esterno della mammella.
Importante segnalare al medico anche alterazioni del capezzolo (in fuori o in dentro), perdite da un capezzolo solo (se la perdita è bilaterale il più delle volte la causa è ormonale), cambiamenti della pelle (aspetto a buccia d'arancia localizzato) o della forma del seno.
La maggior parte dei tumori del seno, però, non dà segno di sé e si vede solo con la mammografia (nella donna giovane, tra i 30 e i 45 anni, con l'aiuto anche dell'ecografia).

Diagnosi

Il cancro del seno viene diagnosticato con la mammografia (nella donna giovane, tra i 30 e i 45 anni, con l'aiuto anche dell'ecografia).
L'eventuale identificazione di noduli o formazioni sospette porta in genere il medico a consigliare una biopsia, che può essere eseguita direttamente in sala operatoria o in ambulatorio con un prelievo mediante un ago inserito nel nodulo.
In tal modo si analizzano le cellule e si può stabilire con certezza la natura della malattia.

Come si cura

Quasi tutte le donne con un tumore del seno, indipendentemente dallo stadio, subiscono un intervento chirurgico per rimuovere i tessuti malati.
Nei casi in cui ciò è possibile si ricorre alla chirurgia conservativa, cioè si salva il seno, ma si asporta tutta la parte in cui si trova la lesione. Questa tecnica è chiamata anche quadrantectomia perché in genere si toglie un quadrante di seno, e deve essere seguita da una radioterapia per maggiore sicurezza.
Durante l'intervento il chirurgo può anche procedere ad asportare i linfonodi dell'ascella. Per sapere se questi sono coinvolti si usa sempre più spesso la tecnica del linfonodo sentinella, cioè si identifica il linfonodo più vicino al tumore e, se questo risulta privo di cellule tumorali all'analisi al microscopio, non si toccano gli altri, altrimenti si procede allo svuotamento del cavo ascellare.
Talvolta è necessario asportare più di un quadrante di seno: in questo caso si parla di mastectomia parziale o segmentale e anch'essa viene fatta seguire dalla radioterapia. Nelle forme iniziali di cancro (stadio I e II), la quadrantectomia seguita da radioterapia è altrettanto efficace dell'asportazione del seno. La maggior parte delle pazienti con carcinoma duttale in situ segue lo stesso percorso.
Forme più avanzate di cancro vengono trattate con l'asportazione dell'intero seno, secondo una tecnica chiamata mastectomia radicale modificata, che prevede l'asportazione della ghiandola, dei linfonodi sotto l'ascella, di parte o di tutto il muscolo pettorale e spesso anche della pelle sovrastante.
Sia con la chirurgia conservativa e sia nel caso di mastectomia è possibile procedere alla ricostruzione del seno: se la donna deve sottoporsi a radioterapia si tende ad aspettare la fine di questa cura, che può interferire con la cicatrizzazione, altrimenti si procede alla plastica del seno nel corso dell'intervento stesso.
In alcuni centri in cui è possibile eseguire la cosiddetta radioterapia intraoperatoria, ovvero l'irradiazione dell'area colpita dal tumore durante l'operazione stessa, la ricostruzione può essere immediata.  Malgrado l'asportazione chirurgica del tumore, c'è sempre il rischio di una ricaduta dovuta a cellule microscopiche staccatesi dalla massa d'origine e sparse per il corpo. Per questa ragione alla maggior parte delle pazienti viene proposta una terapia con farmaci anticancro in grado di eliminarle.
Anche nei casi iniziali di cancro (stadio I e II), la chemioterapia è utile, forse persino più che nelle forme avanzate dato che il tumore non ha potuto fare molti danni e quindi il guadagno, in termini di anni di sopravvivenza, è maggiore. Negli ultimi anni si è diffuso anche l'uso della chemioterapia neoadiuvante, ovvero somministrata prima dell'intervento per ridurre la dimensione e l'aggressività del tumore.
La radioterapia dura pochi minuti e va ripetuta per cinque giorni la settimana, fino a sei settimane di seguito. In genere il trattamento radioterapico può essere combinato a farmaci.
Quando un tumore del seno viene asportato, viene mandato in laboratorio per studiare la presenza di vari recettori, in particolare dei recettori per gli estrogeni e per il progesterone, due degli ormoni femminili.  Le pazienti il cui tumore è positivo per i recettori degli estrogeni possono utilizzare farmaci che bloccano gli estrogeni come il tamossifene, che viene prescritto in pillole per cinque anni dopo l'intervento. Questo farmaco riduce drasticamente le ricadute, ma ha alcuni effetti collaterali dato che induce, di fatto, una menopausa su base chimica.
Vengono utilizzati anche altri farmaci con la stessa funzione, chiamati inibitori delle aromatasi, per ora riservati alle donne che sono già in menopausa. Il tumore viene esaminato dall'anatomo patologo anche per individuare la presenza di un recettore chiamato HER-2/neu.  Se questo è presente in grandi quantità, è maggiore il rischio di incorrere in una ricaduta. Per questa ragione si propone, da qualche anno, alle donne positive per questo esame, di prendere un farmaco biologico chiamato trastuzumab, una sostanza che blocca i recettori e impedisce al tumore di crescere. Altri farmaci biologici sono allo studio.

Chi è a rischio

Vi sono diversi fattori di rischio per il cancro al seno, alcuni dei quali prevenibili.
L'età : più dell'80 per cento dei casi di tumore del seno colpisce donne sopra i 50 anni.
La familiarità : circa il 10 per cento delle donne con tumore del seno ha più di un familiare stretto malato (soprattutto nei casi giovanili).
Vi sono anche alcuni geni che predispongono a questo tipo di tumore: sono il BRCA1 e il BRCA2. Le mutazioni di questi geni sono responsabili del 50 per cento circa delle forme ereditarie di cancro del seno e dell'ovaio.
Gli ormoni: svariati studi hanno dimostrato che un uso eccessivo di estrogeni (gli ormoni femminili per eccellenza) facilitano la comparsa del cancro al seno. Per questo tutti i fattori che ne aumentano la presenza hanno un effetto negativo e viceversa (per esempio, le gravidanze, che riducono la produzione degli estrogeni da parte dell'organismo, hanno un effetto protettivo).
Le alterazioni del seno, le cisti e i fibroadenomi che si possono rilevare con un esame del seno non aumentano il rischio di cancro. Sono invece da tenere sotto controllo i seni che alle prime mammografie dimostrano un tessuto molto denso o addirittura una forma benigna di crescita cellulare chiamata iperplasia del seno.
Anche l'obesità  e il fumo  hanno effetti negativi.

Se il disturbo è benigno

Molte donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni mostrano segni di displasia mammaria, un'alterazione benigna dei tessuti del seno che non ha nulla a che vedere col tumore ma che può suscitare qualche preoccupazione al momento della diagnosi. Esistono diverse forme di displasia, la più comune delle quali è la malattia fibrocistica.

Nella displasia fibrocistica a piccole cisti, più frequente tra i 30 e i 40 anni, sono presenti cisti piccole, ripiene di liquido, più evidenti durante il periodo premestruale. Può essere presente dolore. Nella displasia a grosse cisti, più frequente nelle donne tra i 40 e i 50 anni, si osserva la presenza di una o più grandi cisti, di forma rotondeggiante, a contenuto liquido.

Il tumore benigno più frequente è, invece, il fibroadenoma  che compare soprattutto tra i 25 e i 30 anni. Si presenta come un singolo nodulo, duro e molto mobile, generalmente doloroso.
I sintomi che accompagnano le displasie e i fibroadenomi sono:
• senso di tensione al seno;
• dolore della mammella;
• comparsa di noduli che la donna può "sentire" con la mano.
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Quanto è diffuso

Il tumore del seno colpisce 1 donna su dieci nell'arco della vita. È il tumore più frequente nel sesso femminile e rappresenta il 25 per cento di tutti i tumori che colpiscono le donne.

È la prima causa di mortalità per tumore nel sesso femminile, con un tasso di mortalità del 17 per cento di tutti i decessi per causa oncologica.

Dott. Alberto Luini/AIRC







venerdì 8 marzo 2013