giovedì 27 febbraio 2014

Giornata mondiale dell’Endometriosi, visite gratuite in Poliambulanza il 13 marzo

In occasione della Giornata mondiale dell’Endometriosi del prossimo 13 marzo, l’U.O. di Ostetricia e Ginecologia di Fondazione Poliambulanza diretta dal Dr. Federico Quaglia offrirà visite gratuite alle donne che manifestano i sintomi o che desiderano chiarimenti sulla patologia. Le interessate all’iniziativa potranno prenotare la visita telefonando alla Segreteria dell’U.O. di Ostetrica e Ginecologia al n. 030 3518516  dal lunedì.al venerdì 8:30-16:00. Le prenotazioni saranno ricevute fino ad esaurimento dei posti disponibili e vista la presumibile alta adesione all’iniziativa si consiglia di contattare per tempo la segreteria del reparto.
L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale al di fuori della cavità uterina: viene spesso suddivisa, in base alla sede e alla tipologia delle lesioni, in ovarica, peritoneale e profonda. È una malattia che si evidenzia maggiormente nelle nullipare, è invece più rara nelle donne che hanno già avuto gravidanze. Questo potrebbe essere spiegato dalla frequente associazione endometriosi–sterilità, con un’incidenza del 30%-40%. L’incidenza è spesso sottovalutata e ciò determina un ritardo nella diagnosi che si calcola sia in media di 7 anni dalla comparsa dei primi sintomi.
I principali sintomi dell’endometriosi sono il dolore pelvico, anche se nel 20%-25% dei casi l’endometriosi è asintomatica e la diagnosi si evidenzia durante un intervento chirurgico eseguito per altre indicazioni. Il primo approccio diagnostico nelle donne con sospetto di endometriosi pelvica è rappresentato da un’accurata valutazione dove non solo viene valutata la presenza, la qualità e l’intensità della sintomatologia delle pazienti, ma anche l’impatto che questo tipo di malattia può avere sul benessere psicofisico della donna.

Fonte: Comunicato stampa/BS NEWS.IT

martedì 18 febbraio 2014

Endometriosi una malattia sociale: un confronto tra esperti



L’endometriosi sarà l’argomento al centro del convegno che si terrà venerdì 21 e sabato 22 febbraio p.v presso Fondazione Poliambulanza. Il convegno a carattere nazionale è patrocinato dall’Ordine dei Medici ed Odontoiatri della Provincia di Brescia e dalla Società Italiana Endoscopia Ginecologica (SEGi) ed è coordinato dalla direzione scientifica del Dr. Federico Quaglia Responsabile dell’U.O. Ostetricia e Ginecologia di Fondazione Poliambulanza.
Il congresso vedrà la partecipazione di alcuni dei maggiori esperti nazionali in diagnosi, terapia medica e chirurgica dell’endometriosi provenienti da numerose realtà italiane tra le quali gli Spedali Civili di Brescia, il Policlinico Gemelli di Roma e Fondazione Poliambulanza. Obiettivo dei lavori congressuali sarà puntualizzare le principali novità in termini di diagnosi e terapia della patologia endometrio sica.
L’endometriosi rappresenta una delle principali cause di dolore pelvico e di infertilità femminile oltre ad essere un importante problema sociale. E’infatti  tra le principali cause di assenza dal lavoro da parte del personale femminile. La prevalenza dell’endometriosi si attesta tra il 2% e 8% delle donne in età riproduttiva raggiungendo il 30% nella popolazione infertile. Nelle donne tra i 15 ed i 49 anni di età, l’incidenza annua calcolata sulla base dei referti istologici è tra 1,3 e 1,6 ogni 1000 donne.
L’inquadramento diagnostico, fondamentale per l’approccio terapeutico, si basa sull’analisi clinica, su indagini ecografiche e su tecniche di imaging di II livello. La terapia, medica e chirurgica, ha lo scopo di curare la sintomatologia dolorosa e di guarire o stabilizzare la malattia.
E’ fondamentale che la terapia venga decisa da un team multidisciplinare esperto, abituato ad approcciare l’endometriosi nelle sue diverse manifestazioni e che possa garantire alla donna un percorso diagnostico e terapeutico completo, un’adeguata e personalizzata terapia medica e controlli sistematici nel corso degli anni nel contesto di un percorso clinico assistenziale completo.
Nell’ambito del convegno verrà infine promossa un iniziativa in occasione della Giornata mondiale dell’Endometriosi del prossimo 13 marzo. L’U.O. di Ostetricia e Ginecologia di Fondazione Poliambulanza offrirà visite gratuite alle donne che manifestano i sintomi o che desiderano chiarimenti sulla patologia. Le interessate all’iniziativa potranno prenotare la visita telefonando alla Segreteria dell’U.O. di Ostetrica e Ginecologia al n. 030 3518516  dal lunedì.al venerdì 8:30-16:00. Le prenotazioni saranno ricevute fino ad esaurimento dei posti disponibili e vista la presumibile alta adesione all’iniziativa si consiglia di contattare per tempo la segreteria del reparto.

Fonte: BS News.it

mercoledì 5 febbraio 2014

Menopausa Precoce - Cause e Sintomi

Menopausa Precoce - Cause e Sintomi

La menopausa è un evento naturale in cui la fase fertile della donna arriva al capolinea. Si caratterizza per la cessazione dei flussi mestruali, espressione di un esaurimento spontaneo del patrimonio follicolare.

 Menopausa precoce

Le donne, infatti, producono solo un numero limitato di ovuli nella loro vita, prestabilito sin dalla nascita.
Il periodo della menopausa è caratterizzato dall'assenza di mestruazioni per almeno 12 mesi consecutivi, da modifiche nelle secrezioni ormonali e da altri cambiamenti fisiologici.
La cessazione ciclica dell'attività ovarica e della stagione fertile avviene normalmente intorno all'età media di 50 anni (+ o - 5 anni). Tuttavia, a causa di disfunzioni dell'attività ovarica, di alcune malattie, della genetica o di particolari procedure mediche, alcune donne entrano in menopausa in anticipo, al di sotto dei 40 anni. Questa condizione naturale o indotta è nota come menopausa precoce (o prematura). Oltre a fare i conti con vampate di calore, sbalzi di umore ed altri sintomi tipici che accompagnano il climaterio, molte donne in menopausa precoce devono far fronte ad ulteriori problemi emotivi e fisici (infertilità, riduzione della densità ossea, effetti metabolici che possono compromettere numerosi organi ecc.).

Definizione di menopausa precoce

La menopausa precoce coincide con la perdita dell'attività ovarica (e la conseguente scomparsa dei cicli mestruali) prima dei 40 anni. Questa condizione si può verificare spontaneamente o in maniera indotta, per intervento chirurgico di ovariectomia bilaterale o per soppressione ovarica farmacologica o radioterapica. Il fenomeno riguarda all'incirca l'1-3% delle donne italiane in età riproduttiva.

Insufficienza ovarica precoce (POF) e menopausa precoce

La menopausa precoce è indicata anche con il termine POF (Premature Ovarian Failure); questo termine si riferisce ad un'insufficienza ovarica precoce con amenorrea, gonadotropine sieriche elevate (FSH e LH) ed ipoestrogenismo (estradiolo plasmatico ridotto).

In realtà, le due condizioni non sono esattamente equivalenti:

  • L'insufficienza ovarica precoce può essere considerata un fenomeno transitorio, poiché in molti casi si può verificare un'attività ovarica spontanea intermittente per anni, caratterizzata da occasionali periodi mestruali alternati ad altri di amenorrea (assenza delle mestruazioni per almeno tre mesi). Le donne con insufficienza ovarica precoce sono ancora in grado di produrre estradiolo (quindi, può avvenire l'ovulazione) e, talvolta, possono riuscire ad avere una gravidanza.
  • La paziente con menopausa precoce smette completamente (e stabilmente) di avere le mestruazioni ed è quindi incapace di rimanere incinta.
Nelle donne affette da insufficienza ovarica precoce:
  • Esistono follicoli primordiali disfunzionali, che sono fisiologicamente imprevedibili ed assolutamente irregolari;
  • Si può verificare l'ovulazione nel 5-10% dei casi.
Quando la POF diventa una condizione permanente, questa equivale alla menopausa precoce.

Cause della menopausa precoce

Alla base dell'insorgenza della menopausa precoce esiste un'atresia follicolare (arresto dello sviluppo del follicolo), generata da molteplici cause, alcune complesse ed altre di natura primitiva.
Nei due terzi dei casi, la menopausa precoce è considerata idiopatica: non si riesce a identificare la causa specifica all'origine della condizione ed il cariotipo non presenta alterazioni (cioè non sono presenti anomalie geniche specifiche che predispongano alla menopausa precoce,).
Le possibili cause che promuovono la menopausa precoce sono:

Anomalie genetiche(ereditarie)

Alcune sindromi genetiche ed alterazioni cromosomiche, evidenti all'analisi del cariotipo, sono associate alla menopausa precoce.

Alcuni esempi riguardano le mutazioni del cromosoma X ed includono:
  • Sindrome del cromosoma X fragile, causata da una particolare mutazione del gene FMR1, localizzato sul cromosoma X;
  • sindrome di Turner (45,X), nella quale la menopausa precede il menarca e la funzione ovarica è assente;
  • sindrome di Swyer (disgenesia gonadica pura): comporta gonadi non ben formate e non funzionali.
Cause sistemiche
Anche i difetti enzimatici/metabolici ereditari possono promuovere la menopausa precoce:
  • Galattosemia: patologia sistemica provocata dal malfunzionamento di enzimi che svolgono la funzione di metabolizzare il galattosio; di conseguenza, l'organismo non è in grado di trasformarlo in glucosio. Si ritiene che il galattosio non convertito possa produrre un effetto tossico per le ovaie;
  • Iperplasia surrenalica congenita: malattia autosomica recessiva che colpisce le ghiandole surrenali ed è caratterizzata da disordini nella biosintesi degli ormoni steroidei;
  • Mucopolisaccaridosi: malattie metaboliche sistemiche, causate da deficit di enzimi specifici. Queste patologie sono classificate tra l'eterogeneo gruppo delle malattie da accumulo lisosomiale.
Patologie autoimmuni
Le patologie autoimmuni che coesistono con la menopausa precoce possono essere di due tipi:
  • Il sistema immunitario produce erroneamente degli anticorpi anti-ovaio (antifollicolo, anti-corpo luteo, antirecettori degli ormoni ipofisari ecc.);
  • L'insufficienza ovarica precoce può essere associata ad altre malattie autoimmuni sistemiche, soprattutto di tipo tiroideo (ipotiroidismo) o che interessano il surrene, come nel caso del morbo di Addison (limita la produzione di ormoni secreti dalle ghiandole surrenali). Altre condizioni sistemiche autoimmuni da tenere in considerazione in caso di menopausa precoce sono il morbo di Crohn, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide.
Il quadro istologico che caratterizza le pazienti con insufficienza ovarica precoce autoimmune è la presenza di ooforite (infiammazione dell'ovaio).
Infezioni virali e batteriche
Si ritiene che determinate infezioni virali, come quella da citomegalovirus o la parotite, o batteriche (tubercolosi) possano contribuire ad innescare la menopausa precoce in alcune pazienti. La parotite, infatti, presenta tra le sue complicanze l'infiammazione dell'ovaio (ooforite), che, se cronicizza, è in grado di compromettere la funzionalità dell'organo. Lo stesso processo viene innescato dal bacillo di Koch, che oltre ad interessare i polmoni, può innescare tubercolosi genitale e conseguentemente ooforite.
Cause iatrogene: la menopausa precoce indotta
In questi casi la menopausa è precoce per effetto di una procedura terapeutica che può essere farmacologica (chemioterapica), radiante o chirurgica. Questi trattamenti producono conseguenze differenti sulla fertilità, sulla sintomatologia associata ecc.
  • Terapie farmacologiche: la menopausa precoce è una condizione che può essere promossa dalla chemioterapia. Ovviamente, questo effetto dipende da molti fattori, tra cui l'età della donna, i tipi di farmaci utilizzati ed il dosaggio. Alcuni dei farmaci chemioterapici che possono promuovere la condizione sono: agenti alchilanti, ciclofosfamide e busulfan; con effetti tossici ovarici minori: methotrexate e fluorouracile. Il danno promosso dalla chemioterapia è graduale e, una volta terminata la cura, può sussistere una riattivazione completa dell'attività ovarica.
  • Radioterapia:i danni indotti dalla radioterapia sono irreversibili solo se l'irradiazione viene effettuata a livello pelvico e con dosaggio particolarmente elevato. Il recupero ovarico è, quindi, possibile.
  • Menopausa chirurgica: l'ovariectomia bilaterale (asportazione di entrambe le ovaie) e l'isterectomia (asportazione dell'utero) sono interventi chirurgici che favoriscono la precocità della menopausa. Questi interventi possono rendersi necessari per la presenza di un tumore, cisti ovariche, grave endometriosi od altre condizioni patologiche. L'ovariectomia bilaterale produce una rapida diminuzione dei livelli circolanti di ormoni ovarici ed induce infertilità in modo permanente ed immediato.
Altre cause
Anche uno stile di vita errato, soprattutto il fumo e l'abuso di alcol, sembra anticipare l'età della menopausa. Inoltre, è da considerare l'esistenza di una predisposizione familiare, per cui andrebbe sempre presa in considerazione l'età alla quale sono entrate in menopausa la mamma, la nonna od una sorella maggiore.
Cause della menopausa precoce
Cause genetiche Anomalie cromosomiche/sindromi genetiche
Cause sistemiche Galattosemia, mucopolisaccaridosi
Cause immunitarie Patologie autoimmuni sistemiche o di organo
Cause iatrogene Chemioterapia, radioterapia, terapia chirurgica
Cause infettive Virali (parotite), batteriche (tbc)
Cause chirurgiche Ovariectomia, isterectomia
Altre cause Cause idiopatiche, stili di vita (fumo, alcol), predisposizione familiare

Sintomi della menopausa precoce

I sintomi sono generalmente di difficile interpretazione e spesso sono gli stessi che accompagnano la menopausa naturale.
Il quadro clinico della menopausa precoce può includere:
  • Cessazione improvvisa o comparsa irregolare dei flussi mestruali, con cambiamenti evidenti nel ciclo mestruale: oligomenorrea (alterazione del ritmo del ciclo mestruale), polimenorrea (aumento anomalo della frequenza del ciclo) e menometroraggie (perdita di sangue abbondante, a carattere emorragico, che si manifesta in concomitanza della mestruazione e tende a prolungarne la durata). L'evoluzione di questi segni è l'amenorrea, cioè l'assenza delle mestruazioni per almeno tre mesi e, successivamente, la loro definitiva scomparsa;
  • Aggravamento della sindrome premestruale;
  • Vampate di calore: un improvviso senso di calore, cui fa seguito un'intensa sudorazione, si diffonde oltre la parte superiore del corpo fino a far avvampare il viso ed il collo
Questi sintomi sono un segno che le ovaie producono meno estrogeni.
Insieme ai sintomi elencati precedentemente, alcune donne possono avvertire:
  • Secchezza vaginale e dolori durante i rapporti sessuali;
  • Problemi di controllo della vescica, come l'incontinenza o l'aumento della frequenza della minzione;
  • Irritabilità, sbalzi d'umore, depressione lieve ed insonnia (associati alla riduzione dei livelli di estrogeni);
  • Tachicardie transitorie;
  • Caduta dei capelli, secchezza della pelle e variazioni di peso (aumento ponderale);
  • Diminuzione del desiderio sessuale.
La menopausa precoce può essere emotivamente devastante. Uno dei problemi più comuni che una donna deve affrontare è la prospettiva di non poter avere figli: la più immediata conseguenza della menopausa precoce è l'infertilità, causata dalla drastica riduzione dei follicoli e dal loro deterioramento.

Menopausa Precoce - Diagnosi


Problemi di salute che colpiscono le donne in menopausa precoce?

Menopausa precoce diagnosiCome tutte le donne in menopausa, anche le pazienti che si trovano ad affrontare anzitempo questa condizione presentano una carenza estrogenica. Bassi livelli di estrogeni possono portare a cambiamenti nello stato di salute generale e possono aumentare il rischio che insorgano alcune condizioni patologiche, come ad esempio l'osteoporosi.
Altri rischi per la salute associati alla riduzione di estrogeni includono:
  • Problemi cardiovascolari (aumenta il rischio di sviluppare ischemia ed ictus);
  • Osteopenia (riduzione del volume osseo);
  • Problemi urogenitali (frequenti infezioni urinarie, secchezza vaginale e rapporti sessuali dolorosi);
  • Sintomi neurovegetativi (riduzione della funzione cognitiva, perdita di forza muscolare, difficoltà a concentrarsi ecc.);
  • Malattia parodontale: parodontite (perdita dei denti) e recessioni gengivali;
  • Alterazione del trofismo cutaneo (pelle secca, comparsa di rughe e invecchiamento cutaneo);
  • Implicazioni psicologiche (ansia e depressione).

Diagnosi della menopausa precoce

La menopausa precoce è diagnosticata mediante una serie di indagini, tra cui:
  • Anamnesi ed esame obiettivo;
  • Indagini per escludere altre cause di amenorrea (assenza di flusso mestruale), che possono includere la gravidanza, l'estrema perdita di peso, l'eccessivo esercizio fisico, altri disturbi ormonali ed alcune malattie del sistema riproduttivo;
  • Esami per identificare altre condizioni concomitanti, come le malattie autoimmuni, genetiche o della tiroide:
    • MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata): il rischio che insorgano disturbi come l'osteoporosi e l'osteopenia è direttamente correlato agli anni di carenza estrogenica;
    • Indagine cromosomica mediante cariotipo, per evidenziare le alterazioni genetiche;
    • Screening anticorpale su indicazione clinica specifica (esempio: dosaggio anticorpi antitiroide, antiovaio, antisurrene ecc.).
  • Analisi del sangue per valutare i livelli ormonali:
    • Ormone follicolo stimolante(FSH): alti livelli di FSH sono indicativi di condizioni in cui il normale feedback negativo che origina dalle gonadi è assente; ciò porta ad un rilascio incontrollato di FSH da parte dell'adenoipofisi.
    • 17 beta estradiolo: l'estradiolo è il principale ormone estrogeno prodotto dei follicoli delle ovaie durante il ciclo. Bassi livelli dell'ormone indicano una ridotta funzionalità delle ovaie.
    • Indicatori di riserva ovarica: l'inibina B e l'ormone antimulleriano (AMH) risultano ridotti. Entrambi forniscono un'indicazione relativa al numero di follicoli presenti nelle ovaie e quando evidenziano scarse riserve ovariche confermano la presenza della menopausa.
    • DHEA (deidroepiandrosterone), prodotto dal surrene, inizia a calare dopo i 30 anni e fa registrare un calo significativo con la menopausa.
  • Ecografia pelvica o transvaginale: fornisce un'immagine dettagliata delle ovaie e dell'utero, e consente di valutare se la riserva ovarica è compromessa in modo significativo (se sono presenti complessivamente meno di quattro follicoli la menopausa precoce è conclamata).
Fonte: My personal training.it



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giovedì 9 gennaio 2014

I killer si prevengono

Mai come ora il detto "meglio prevenire che curare" è stato preso alla lettera! Attualmente la medicina offre un'ampia gamma di interventi per riconoscere la patologia così precocemente da assicurare un'elevatissima percentuale di guarigione. Fortunatamente questo è avvenuto anche per le malattie specifiche della popolazione femminile, tuttora considerate i big killer delle donne. Si tratta in primo luogo dei tumori dell'utero, dell'ovaio, della vagina, del seno, per i quali non è difficile tracciare un programma di prevenzione specifico.
Tumore del seno
I numeri parlano: il tumore al seno nel 2000 ha registrato più un milione di casi solo in Italia, di cui circa 32.000 nuovi e quasi 12.000 decessi. E' tra le prime cause di morte di donne di età compresa tra 35 e 55 anni, ma una diagnosi precoce, che individui la neoplasia ancora di dimensioni limitate, offre possibilità di guarigione dell'80-90%.
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L'autopalpazione è la prima forma di prevenzione che una donna può eseguire da sé (entro il 10° giorno del ciclo mensile) e permette di individuare eventuali modificazioni del seno.
Dopo i 30 anni è necessario sottoporsi almeno una volta l'anno alla visita clinica specialistica. Per tutte le donne, fino ai 50 anni è consigliabile fare almeno un'ecografia per controllare ed eventualmente evidenziare formazioni cistiche della mammella.
Superati i 40 anni, tutte le donne, anche asintomatiche dovrebbero effettuare, ogni due anni, una mammografia.
Dai 50 anni in su il rischio aumenta ed è necessario ripeterla ogni 12-18 mesi.
Per analizzare eventuali secrezioni fluide dal capezzolo (spontanee o indotte in periodo non puerperale), lesioni solide o liquide individuate con autopalpazione o ecografia, e prelevate mediante agoaspirazione, si usano vetrini da laboratorio su cui il campione viene fissato e poi analizzato con esami citologici (citologia mammaria).
Se le secrezioni appaiono sierose o con tracce di sangue si procede con la galattografia: si inietta un liquido di contrasto nei dotti galattofori che presentano la secrezione anomala per poi osservarli mediante radiografia.

Tumori dell'utero
Per tumori dell'utero si intendono le neoplasie del collo (o cervice) uterino e carcinoma dell'endometrio. La fascia di età più colpita va dai 45 ai 55 anni, ma dai 25 ai 35 possono già presentarsi neoplasie cervicali intraepiteliali (CIN) di vario grado (I, II, III) mentre tra i 35 e i 55 possono diventare neoplasie invasive.
La diagnosi preclinica e precoce del tumore della cervice uterina prevede un esame di primo livello eseguito mediante colpocitologia oncologica, meglio conosciuto come PAP test. Si raccolgono campioni di cellule a livello del collo dell'utero e all'interno del canale cervicale, il materiale viene strisciato su un vetrino e, adeguatamente colorato, viene guardato con un microscopio otticola donna dovrebbe cominciare a sottoporsi periodicamente a questo test in coincidenza dell'inizio dei rapporti sessuali e comunque dai 25 anni in poi.
Come esame di secondo livello si procede con la colposcopia: attraverso il colposcopio, uno strumento ottico, si osserva il collo dell'utero servendosi di opportune colorazioni per evidenziare eventuali anomalie del tessuto.
Se i due esami vengono eseguiti contemporaneamente si ottiene un'esattezza dei risultati del 100%.
Per analizzare il tessuto apparentemente atipico si effettua la biopsia cervicale cioè in sede di colposcopia si prelevano, con una pinza, frammenti del tessuto che vengono poi fissati in formalina e esaminati dall'anatomopatologo.
Quando il PAP test è positivo o dubbio e la colposcopia non chiarisce, si esegue la isteroscopia: si osserva il collo e il canale cervicale, trattato con sostanze coloranti, mediante contatto diretto con l'isteroscopio (uno strumento lungo e cilindrico costituito da fibre ottiche). Quando necessario si effettua un prelievo di tessuto mediante raschiamento, una tecnica leggermente invasiva che può richiedere la permanenza in day-hospital, oppure si ricorre alla conizzazione, vale a dire l'asportazione di un campione più esteso, a forma di cono, di tessuto sospetto. Ma questa tecnica viene usata più che altro come per trattamento chirurgico di neoplasie accertate.
Altra patologia che aggredisce l'utero è il carcinoma dell'endometrio, prevalentemente nelle donne in menopausa, anche se un 25% riguarda donne in premenopausa e un 2% donne con meno di 40 anni.
Il primo sintomo della patologia è la comparsa di sanguinamento genitale in periodo pre o post menopausa. Per la diagnosi precoce, la colposcopia può escludere altre cause del sintomo, successivamente si procede con l'ecografia pelvica transaddominale o con sonda transvaginale per valutare lo spessore dell'endometrio, che, nelle donne in menopausa, non dovrebbe superare i 5mm. Tramite isteroscopia intrauterina si accertano eventuali anomalie della mucosa endometriale e con il raschiamento se ne prelevano campioni. Grazie alla diagnosi precoce è possibile evidenziare il 75% dei casi in fase iniziale consentendo di intervenire con elevate percentuali di guarigione.

Tumore dell'ovaio
Le neoplasie dell'ovaio hanno una rapida evoluzione, colpiscono tutte le fasce di età, con potenziale di malignità più elevato nelle donne tra i 50 e i 70 anni, mentre tra i 30 e i 50 anni compaiono forme meno aggressive.
La diagnosi precoce si verifica durante le visite ginecologiche di routine o ecografia pelvica. Si individua una massa anomala che in età giovanile pre-fertile o in menopausa si accompagna spesso a rischio di neoplasia maligna. In tal caso si procede alla ricerca di marcatori tumorali: il CA-125, Alfafetoproteina e Beta HCG, in caso di età avanzata è sufficiente il CA-125; esistono anche altri marcatori, CA 199, il TPA e il CEA con cui verificare lo stato della malattia e la sua evoluzione. Se si è in età fertile e la massa pelvica ha dimensioni inferiori a 5cm e non presenta segni di malignità, con marcatori nella norma, è necessario ripetere il controllo ogni 3-6 mesi

Neoplasie della vagina
Si tratta di neoplasie intraepiteliali (relative allo strato epiteliale), sono piuttosto rare e colpiscono tutte le fasce di età da 24 a 75 anni. Solitamente rappresentano neoplasie secondarie a carcinomi cervicali o vulvari. La diagnosi precoce si ottiene durante i normali controlli con colposcopia della vagina.

Neoplasie e distrofie vulvari
Neoplasie vulvari intraepiteliali, di vario grado colpiscono in età giovanile con un'incidenza massimo attorno ai 30 anni, ed è spesso correlata all'infezione da Papillomavirus (HPV). Tra i 60 e i 70 aumenta la frequenza di carcinoma vulvare. Se ne rileva la comparsa durante visite ginecologiche con esame citologico del tessuto, vulvoscopia e biopsia delle lesioni sospette.

Cisti ovariche
Spesso si tratta di cisti normali, definite funzionali, effetto dell'ovulazione mensile di donne in età fertile che tendono a riassorbirsi entro alcune settimane. Nelle donne in menopausa la presenza di cisti richiede un esame ecografico transvaginale. Per escludere il carattere canceroso della cisti si può controllare il dosaggio del CA-125 e di altri marcatori tumorali.

Simona Zazzetta


Fonti
Aggiornamento Permanente in Ostetricia e Ginecologia

Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione (S.I.S.ME.R.)

mercoledì 11 dicembre 2013

http://www.megghy.com/immagini/GIF/natale/12.gif 


Vi informiamo che saremo chiusi per le Festività Natalizie
dal 23 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014 compreso.

A Voi tutti Auguriamo un Sereno Natale
Felicissimo Anno Nuovo.

Staff AssoEndometriosi 

Il Ministro Lorenzin risponde al coro delle associazioni. Ora però i fatti!


A distanza di un mese dalla consegna a mano della richiesta di una legge per l’endometriosi, il Ministro Lorenzin divulga il seguente comunicato stampa, reperibile al link http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_4_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=salastampa&p=comunicatistampa&id=4142

Nella lettura del comunicato n. 239 si evince un'esplicita risposta ai due punti citati nel documento presentato:
1° punto - Il Comitato chiedeva la firma del decreto attuativo delle nuove tabelle INPS per l'ottenimento dell'invalidità civile.
2° punto - Il Comitato chiedeva l'istituzione del Registro Nazionale dell'Endometriosi e di una legge nazionale a tutela delle donne affette da endometriosi, per meglio caratterizzare tale malattia dal punto di vista fisiopatologico ed epidemiologico e per permettere di organizzare strategie appropriate e minimizzare gli sprechi, primo necessario passo per la tutela della salute delle donne che nascono con questa terribile malattia cronica.

Adesso, caro Ministro, auspichiamo che l’attenta valutazione per il riconoscimento degli effetti invalidanti di tale patologia non duri troppo tempo e che il suo appello affinché in tutte le Regioni sia tenuta presente la necessità di realizzare appositi percorsi, diventi un sollecito ufficiale a tutti i Presidenti di Regione ed Assessori competenti affinchè siano stilate leggi ad hoc e stanziati i soldi necessari per la costituzione di registri della patologia per gli accertamenti diagnostici ed i trattamenti terapeutici . 
Fonte: Agor@magazine

venerdì 29 novembre 2013

Psichiatra, psicologo o neurologo?

A chi rivolgersi e quando

Aver chiare le differenti competenze può facilitare il ricorso ai diversi esperti della salute mentale

 

 

 

 

 Sentirsi depressi, non riuscire a dormire la notte, l’ansia che non abbandona, lo stress fuori controllo. Sintomi comuni, che la maggior parte di noi ha sperimentato in qualche momento della vita. Possono essere normali, per esempio, in seguito a un evento traumatico come un lutto, la perdita del lavoro, la fine di un amore o una malattia. Ma le reazioni di ciascuno alle intemperie del destino dipendono dalla storia personale, dagli aspetti biologici, dal contesto in cui si vive. Se, a distanza di tempo, quei sintomi persistono e diventano ingestibili, potrebbero essere la spia di una sofferenza più profonda. Secondo le stime della Società italiana di psichiatria (Sip), circa 4 italiani su 10 soffrono di qualche disturbo psichico.
PREGIUDIZI - «Nella maggior parte dei casi non si tratta di problemi cronici o severi - chiarisce il presidente della Sip, Claudio Mencacci -. Ma, se un disturbo viene sottovalutato, può cronicizzarsi e aggravarsi col passare del tempo. Purtroppo, la maggior parte di chi ne soffre non accede alle cure o lo fa in ritardo: tuttora esiste intorno alla salute mentale un alone di paure, vergogna, pregiudizi». Così si tende a nascondere il disagio, eppure la maggior parte dei disturbi psichici è curabile. «Oggi - sottolinea lo specialista - esistono trattamenti efficaci. Anche in caso di malattie più severe i trattamenti permettono, se non di guarire completamente, almeno di gestirle meglio, consentendo ai pazienti di condurre una vita dignitosa». Il primo passo, quindi, è abbattere il muro di paura nei confronti dei disturbi psichici e lo stigma dell’incurabilità che da sempre accompagna la sofferenza mentale. Ma quali sono gli specialisti cui fare riferimento? Quando occorre chiedere aiuto allo psicologo? Quando allo psichiatra, piuttosto che al neurologo? «A volte i loro ruoli si sovrappongono erroneamente - chiarisce Mencacci -, ma ciascuno ha un suo percorso formativo e competenze specifiche».
GLI SPECIALISTI - Partiamo dalla formazione. Lo psichiatra e il neurologo sono medici, che hanno conseguito la specializzazione nelle rispettive branche. Lo psicologo, dopo essersi laureato in psicologia, ha svolto un tirocinio e poi ha sostenuto l’esame di Stato per iscriversi all’Albo professionale. Non essendo medico, però, non può prescrivere farmaci. La psicoterapia, invece, può praticarla chi è abilitato, sia psicologo che medico, previa formazione specifica. «Lo psicologo è, in genere, la figura professionale che incute meno timore, mentre ci possono essere ancora ritrosie a rivolgersi allo psichiatra - fa notare Mencacci -. Ma lo psichiatra, oltre a un sapere relazionale che deriva dalla formazione in psicoterapia, ha una competenza medica che gli permette di fare la diagnosi: per esempio, un disturbo da panico potrebbe essere anche la “spia” di problemi cardiologici o alla tiroide. Oggi, poi, la psichiatria non si occupa più solo della follia e di malattie psichiche gravi, ma della salute mentale in senso lato e cura anche disturbi come ansia e depressione». Proprio per facilitare l’accesso alle cure, anche per superare la barriera della vergogna ad andare da quello che a volte viene ancora considerato il medico dei “matti”, esistono in diverse realtà, nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, ambulatori specifici dove curare, per esempio, la depressione post-partum, l’ansia o disturbi post-traumatici da stress.
IL NEUROLOGO - Quando, invece, occorre rivolgersi al neurologo? «Se in passato il neurologo si occupava anche di alcuni disturbi psichiatrici - spiega Giancarlo Comi, già presidente della Società italiana di neurologia -, oggi questo specialista si concentra sulle patologie d’organo e demanda i disturbi della personalità allo psichiatra, anche quando questi ultimi compaiono in persone che soffrono di malattie neurologiche. Per esempio, al neurologo spetta la cura del malato di Alzheimer, mentre i disturbi complementari di comportamento, come la depressione, sono di competenza dello psichiatra».
LO PSICOLOGO - E qual è il ruolo dello psicologo? «Innanzitutto bisogna stare attenti a non etichettare come disturbi anche reazioni normali, per esempio quelle in seguito a un lutto - avverte Pierluigi Policastro, presidente di Sipap, la Società italiana psicologi area professionale privata, che lo scorso ottobre ha promosso una campagna d’informazione proprio per fare chiarezza tra i cittadini sulle diverse figure di riferimento -. Se poi quell’evento traumatico, col passare del tempo, rischia di trasformarsi in depressione, allora diventa necessario il supporto psicologico». Aggiunge il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, Giuseppe Luigi Palma: «Noi operiamo su variabili specificatamente psicologiche, quali la consapevolezza di sé, l’autostima, le risorse emotive, relazionali o cognitive, intervenendo con tecniche e approcci diversi per migliorare la qualità di vita della persona, ad esempio, mettendola in grado di far fronte allo stress». «Che le cure psicologiche e la psicoterapia siano valide, per esempio, nel trattamento dell’ansia e della depressione lieve e moderata, è stato confermato da un recente studio dell’American Psycologist Association - sottolinea Policastro -. Si ottengono risultati più duraturi rispetto all’uso dei soli psicofarmaci, perché si aiutano le persone a prendersi carico della complessità degli eventi che vivono. Certo, se i sintomi diventano particolarmente invalidanti, vanno usati anche i farmaci, che saranno prescritti dai medici».
PREVENZIONE - Serve, quindi, l’integrazione tra le diverse competenze. «Ciascun professionista fa la sua parte, importante è affidarsi ad esperti - puntualizza Mencacci -. A volte, proprio perché si ha paura di rivelare la propria sofferenza, si cercano soluzioni alternative, rivolgendosi a “guaritori” improvvisati. Occorre invece parlare subito dei propri disturbi col medico di famiglia, che ha il compito di indirizzare il paziente verso il percorso più adeguato». La prevenzione e la diagnosi precoce svolgono come al solito un ruolo fondamentale. «La maggior parte dei disturbi psichici, anche i più severi come quelli psicotici (per esempio, disturbi dell’umore o schizofrenia), si manifesta già nell’adolescenza - afferma lo psichiatra -. Individuarli tempestivamente significa intervenire al più presto e ottenere risultati efficaci». Occorre, però, potenziare i servizi sul territorio.
LA CRISI - «In questi anni, anche a causa della crisi economica, i bisogni di salute mentale sono aumentati - continua Mencacci -. E i servizi, depauperati, non sempre sono in grado di dare risposte adeguate alle persone. Rafforzarli significa investire sulla vita delle persone e del Paese, dal momento che i disturbi psichici provocano disabilità in un caso su quattro, con enormi costi per la collettività». «In Italia - aggiunge Policastro - la psicoterapia viene vista ancora come un lusso. Eppure, uno studio della London School of Economics evidenzia che le cure psicologiche, oltre a migliorare la qualità di vita dei pazienti, fanno risparmiare». I motivi? Si ricorre meno alle medicine e si riducono sensibilmente le assenze dal lavoro per malattia. «Parte di quel risparmio - conclude lo psicologo - potrebbe essere investita in servizi offerti nell’ambito del sistema sanitario pubblico a chi ne ha bisogno».

 Fonte: Corriere.it

giovedì 7 novembre 2013

Ambientalisti Taranto per istituzione registro casi endometriosi



(AGI) - Taranto, 4 nov.- Nel convegno sui temi della salute, dell'ambiente e del lavoro che si terra' giovedi' a Taranto su iniziativa dell'arcivescovo Filippo Santoro, presenti i ministri dell'Ambiente, Andrea Orlando, e della Salute, Beatrice Lorenzin, il movimento ambientalista tarantino chiedera' fra l'altro l'istituzione di un "Registro regionale pugliese per l'Endometriosi". La richiesta e' sostenuta dall'Isde, l'associazione medici per l'ambiente, e dall'Ordine dei medici di Taranto.
  "Si parla di un 10% di donne tarantine toccate da questa malattia - e' stato affermato oggi in una conferenza stampa dal movimento "Taranto Lider" - ma noi crediamo che i casi siano di piu'". Tre milioni in tutta Italia sono le donne colpite da una patologia importante che investe l'apparato riproduttivo femminile, causando danni psico-fisici, forti dolori e infertilita'. Dati e studi recenti dimostrerebbero quanto l'inquinamento da sostanze tossiche, in particolare da diossine e Pcb, possa incidere sull'insorgenza di questa patologia.
  "Questo significa che sarebbe possibile fare prevenzione primaria - spiega "Taranto Lider" - se solo avessimo dati epidemiologici attendibili anche in Puglia, una regione che presenta numerose aree caratterizzate da livelli critici di inquinamento." La richiesta di "Taranto Lider" e' sostenuta anche dall'associazione "Passeggino Rosso", un movimento di donne di Brindisi nato per richiamare l'attenzione sui problemi che colpiscono la salute dei bambini e delle donne.
  L'istituzione del Registro regionale per la raccolta e l'analisi dei dati clinici e sociali riferiti alla malattia dell'endometriosi avra' il fine di stabilire appropriate strategie di intervento, di monitorare l'andamento e la ricorrenza della malattia, nonche' di rilevare le problematiche connesse e le eventuali complicanze, e infine di mettere in atto strategie di prevenzione primaria nelle zone a rischio.
  "Le donne che hanno contratto questa malattia - aggiunge D'Amato - dovranno usufruire in Puglia dell'esenzione del ticket sanitario e delle agevolazioni per le analisi e per le cure". Il comitato "Taranto Lider" ha anche lanciato una petizione on line con quale si rivolge direttamente al governatore della Puglia, Nichi Vendola, per chiedere "una legge per la tutela delle donne affette da endometriosi". Ad ottobre del 2012 questa malattia e' stata inserita nelle nuove tabelle dell'Inps come causa di invalidita' civile.
  L'endometrio e' un tessuto presente all'interno dell'utero e quando si sviluppa anche in altre parti del corpo e non solo all'interno dell'utero, si parla di endometriosi, e' stato spiegato oggi. Precisato anche che interessa soprattutto le donne di 30-40 anni e che si verifica piu' spesso nelle donne che non hanno mai avuto figli. I sintomi si possono raggruppare in due gruppi fondamentali: dolore e infertilita'. E l'infertilita' puo' essere causata anche da fattori biochimici.
Fonte AGI.
 

venerdì 4 ottobre 2013

Le giuste domande da fare al medico






Quali domande porre a uno specialista prima di sottoporsi a un intervento chirurgico o iniziare un trattamento farmacologico? Come comportarsi con il proprio medico? Che cosa chiedere prima di firmare un consenso informato?
PNLG ha organizzato un seminario sul tema: «Le giuste domande da fare al medico su screening e terapie. Verso un consumatore scientificamente informato» aperto alle associazioni dei pazienti e dei consumatori, al fine di mettere a punto alcuni set di domande chiave da porre ai medici. Al seminario, tenutosi lo scorso novembre presso l'Istituto Superiore di Sanità (Roma), hanno partecipato in qualità di relatori Gianfranco Domenighetti ( direttore del Servizio Sanitario del Canton Ticino), per la parte relativa a screening e interventi chirurgici, e Pietro Dri (Zadig) per le domande sui farmaci.
  1. Un rapporto paritario
  2. Che cosa chiedere al medico riguardo a prestazioni diagnostiche e screening
  3. Che cosa chiedere per un intervento chirurgico elettivo
  4. Che cosa chiedere sui farmaci
1 UN RAPPORTO PARITARIO
«Bisogna adoperarsi perché il rapporto medico-paziente, troppo spesso di tipo «pediatrico», diventi un rapporto paritario tra adulti». Così scriveva qualche anno fa Domenighetti nel saggio intitolato Il mercato della salute: ignoranza o inadeguatezza? (Domenighetti 1994).
Durante una visita specialistica o di fronte al proprio medico di famiglia, infatti, troppo spesso il paziente ammutolisce e rinuncia a chiedere maggiori spiegazioni riguardo ai farmaci o agli esami prescritti e persino quando gli si prospetta la possibilità di un intervento chirurgico.
Al contrario, è bene abbandonare timidezze e cieca fiducia e imparare a porre le giuste domande: i consumatori, infatti, hanno solo da perdere quando iniziano un trattamento non necessario o senza averne compreso a fondo benefici e rischi.
1.1 Una visione mitica
E' opinione comune che la salute dipenda esclusivamente dalla disponibilità di servizi e dal consumo di prestazioni medico-sanitarie (ritenuto l’unico determinante della longevità). Da una ricerca condotta in Svizzera qualche anno fa è infatti emerso che, secondo l’opinione della popolazione, il maggior contributo all’innalzamento della vita media sarebbe stato dato proprio dall’incremento dei servizi sanitari offerti.
Questa convinzione ben si inquadra all’interno di una visione «mitica» della medicina: tra i laici (vale a dire i non medici) è diffusa l’idea che sia sempre meglio diagnosticare una malattia prima che essa si manifesti (secondo il motto «prevenire è meglio che curare») e, soprattutto, che la medicina sia una scienza esatta. Una visione, questa, che trascura o addirittura omette nozioni fondamentali come quella di rischio, di evento avverso, di incertezza e di conflitto di interesse e che sottovaluta l’importanza della condizione socio-economica dei cittadini.
In realtà dalla ricerca emerge che a vivere più anni sarebbero le persone appartenenti a classi socio-professionali elevate, proprio come nel disastro del Titanic furono i passeggeri di prima e seconda classe ad avere maggiori probabilità di salvarsi.
La condizione socio-economica sembra dunque essere il vero determinante della longevità, mentre l’equità di accesso alle prestazioni e ai servizi sanitari non garantisce pari qualità e quantità di vita.
1.2 Una scienza esatta?
«Solo il 15 per cento degli interventi medici è basato su solide evidenze scientifiche». Questa l’opinione, autorevole, di Richard Smith, fino a non molto tempo fa direttore ed editore di una delle più prestigiose riviste mediche del mondo: il British Medical Journal. In un editoriale pubblicato oltre dieci anni fa (Smith 1992), Smith propone ai medici una «etica dell’ignoranza», perché riescano a gestire nel modo migliore questa abbondante parte di incertezza (il restante 85 per cento) «in particolare durante le visite, troppo spesso divenute una costosa e inutile “folie à deux” in cui le attese corrispondono più ai desideri che alla realtà».
Eppure le informazioni non specialistiche diffuse dai mass media, dagli opuscoli prodotti dai servizi sanitari e dai bollettini di associazioni e società scientifiche promuovono incessantemente il consumo di screening e terapie, alimentando in questo modo da un lato le ansie riguardo alla miriade di rischi sanitari che sarebbero costantemente in agguato e dall’altro le false speranze sulle possibilità di cura per molte malattie diagnosticate.
1.3 La salute è essenzialmente informazione
Sui mercati tradizionali si dà per scontato che i consumatori siano in possesso delle informazioni necessarie per operare le proprie scelte in modo tale da massimizzare l’ utilità e la soddisfazione.
Ciò che distingue il mercato sanitario dagli altri mercati, tuttavia, è proprio la cosiddetta asimmetria dell’informazione (vale a dire la mancanza di trasparenza tra domanda e offerta sulla qualità, l’utilità, i benefici ed i rischi delle prestazioni sanitarie) che rende il paziente-consumatore un soggetto economicamente debole:
«L’informazione è importante per la salute del paziente tanto quanto i medicamenti, gli esami biomedici o gli interventi chirurgici». Ma quale informazione?
Proprio perché gli interessi economici in gioco sono ingenti, è fondamentale comprendere quali siano i canali della corretta informazione medica, che deve essere:
  • fondata sulle prove di efficacia (evidence based medicine);
  • completa (senza trascurare rischi, effetti avversi, incertezze); corredata da referenze scientifiche;
  • libera da conflitti di interesse (economici, professionali, scientifici);
  • focalizzata sulla presa di decisione;
  • facilmente comprensibile e adattabile al proprio caso.
2 CHE COSA CHIEDERE AL MEDICO RIGUARDO A PRESTAZIONI DIAGNOSTICHE E SCREENING
Negli ultimi anni si è assistito a una sempre maggiore promozione di screening e prestazioni diagnostiche: il messaggio che viene trasmesso ai consumatori e potenziali pazienti è che quanto prima si arriva a diagnosticare una malattia, tanto più efficace sarà la possibilità di curarla e più sicura sarà dunque la guarigione. Ma diagnosi precoce non è di per sé sinonimo di guarigione.
2.1 Prima domanda
Quale malattia si può diagnosticare con il test che mi propone?

La fiducia negli screening è tale che, secondo un recente studio statunitense (Schwartz 2004), oltre il 70 per cento degli americani preferirebbe sottoporsi a un total body scanner piuttosto che ricevere un regalo di 1.000 dollari.
Meglio, tuttavia, non farsi prendere da facili entusiasmi. Oltre alla costante promozione della medicina predittiva, infatti, la tendenza degli ultimi anni è quella di trasformare condizioni di vita «normali» in «patologiche»: i sani, una volta convinti di essere ammalati, diventano così nuovi potenziali clienti.
Nel 2002 il British Medical Journal ha operato una minuziosa classificazione delle «non-malattie» (Internazional classification of non-diseases) arrivando a contarne circa 200, tra cui le più comuni sono:
  • calvizie;
  • sindrome del colon irritabile;
  • osteoporosi;
  • menopausa;
  • cellulite;
  • abbassamento del livello di testosterone (dovuta all’età);
  • vecchiaia;
  • gravidanza;
  • disfunzione erettile;
  • fobia sociale;
  • sindrome da stanchezza cronica.
Prima di sottoporsi a uno screening, dunque, è importante capire di che cosa si sta andando in cerca: se di una malattia «vera» o di una «non-disease.
2.2 Seconda domanda
Qual è la precisione del test? In particolare qual è la probabilità di avere risultati falsi positivi o falsi negativi?

E’ convinzione comune che i risultati dei test diagnostici siano infallibili. In realtà alcuni sono caratterizzati da un’ottima precisione, mentre altri hanno elevate probabilità di fornire un esito positivo quando invece non si è affetti dalla malattia (un «falso positivo») o, al contrario, un tranquillizzante esito negativo (un «falso negativo»), quando in realtà si è già ammalati.
Un esempio al riguardo è lo screening (inutile) per il tumore al pancreas (praticamente incurabile) che consiste in un semplice esame del sangue, e che fornisce risultati falsi positivi nel 70 per cento dei casi. Quanti sarebbero disposti a sottoporsi ugualmente al test sapendo che con grande probabilità fornirà un esito sbagliato, quindi per niente rassicurante, rendendo necessari altri esami per confermare la diagnosi?
Secondo una ricerca condotta in Svizzera molte meno persone: suddividendo in due gruppi i pazienti a cui veniva proposto lo screening, infatti, e fornendo al secondo molte più informazioni sulla precisione dell’esame rispetto al primo gruppo, il consenso calava dal 60 per cento (nel primo gruppo che non aveva ricevuto informazioni) al 13 per cento (secondo gruppo «informato»).
Prima ancora di porsi domande sulla precisione di uno screening, tuttavia, è importante fare chiarezza sul suo significato: da un altro studio (Domenighetti 2003) è infatti emerso che in Italia l’80 per cento delle donne ritiene che lo screening mammografico eviti o riduca il rischio di ammalarsi in futuro di tumore al seno (in Gran Bretagna il 70 per cento e negli Stati Uniti circa il 60 per cento).
Questo dato la dice lunga sulla qualità dell’informazione che le donne ricevono sulla mammografia, e in particolare fornisce una misura dell’enfasi che i mass media e gli opuscoli informativi distribuiti dalle strutture sanitarie pongono nell’accentuare i benefici dello screening.
Un altro esempio poco incoraggiante arriva dagli Stati Uniti, dove (secondo uno studio pubblicato su JAMA) il 50 per cento delle donne che non hanno più il collo dell’utero a seguito di isterectomia totale continua comunque a sottoporsi a un inutile Pap-test (Sirovich 2004).
2.3 Terza domanda
L’esame è scientificamente provato (evidence-based)?

Perché un esame sia scientificamente provato è fondamentale che siano stati condotti studi che provino l’efficacia diagnostica e valutino gli effetti collaterali: la qualità di queste ricerche è molto importante e la maggiore attendibilità viene fornita dagli studi randomizzati. La Cochrane Library svolge periodicamente revisioni sistematiche che analizzano i trial condotti e valutano le evidenze scientifiche: ciò che fino all’anno prima era ritenuto di efficacia dimostrata può risultare, in seguito a una nuova sperimentazione, meno efficace o addirittura inutile o viceversa.
Un’informazione aggiornata deve tenere conto di questi costanti cambiamenti, come delle controversie scientifiche in merito a uno screening: in Italia, per esempio, tutte le donne in gravidanza effettuano il toxo-test per individuare la presenza o meno di anticorpi al toxoplasma (che può causare gravi danni al feto). L’esame è spesato dal Servizio sanitario nazionale e può essere ripetuto ogni mese gratuitamente in caso di esito negativo.
Non accade lo stesso, tuttavia, in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, che ritengono lo screening inutile e in certi casi dannoso (per il rischio di falsi positivi e di esami invasivi correlati).
2.4 Quarta domanda
Qual è l’incidenza della malattia nella popolazione?

L’incidenza di una malattia è il numero di persone colpite ogni centomila abitanti in un anno. Questo dato è importante per capire se si tratta di una malattia rara o comune.
È interessante notare il risultato di una ricerca pubblicata qualche anno fa sul New England Journal of Medicine, che mostrava come in persone decedute per incidenti stradali o altri traumi la prevalenza autoptica di alcuni tumori superi di gran lunga la prevalenza clinica: il tumore al seno in donne da 40 a 50 anni raggiunge il 40 per cento; quello alla prostata in uomini dai 50 ai 70 anni il 45 per cento (Black 1993).
A questo proposito ha sottolineato Domenighetti nel corso del seminario, «vi è una buona fetta di cancri in situ che rimane silente e non avrà nessuna rilevanza clinica: non è difficile immaginare cosa comporterebbe, anche solo in termini di inutili ansia e angoscia, la disponibilità di una tecnica in grado di identificare ciascuna cellula cancerosa».
2.5 Quinta domanda
La malattia che intende diagnosticare potrà poi essere guarita? E con quali probabilità di successo?

Dallo studio di JAMA già citato (Schwartz 2004), emerge inoltre che il 65 per cento degli americani sarebbe disposto a sottoporsi a un test di diagnosi precoce anche per un tumore per il quale non esiste nessuna cura.
In questo caso la diagnosi comporterebbe solo un peggioramento della qualità della vita senza alcuna speranza di cura.
Nel caso dello screening per il tumore alla prostata, per esempio, da uno studio pubblicato sugli Archives of Internal Medicine, è emerso che informando i pazienti del fatto che non si ha alcuna riduzione della mortalità a seguito dell’esame (quindi lo screening è inutile) (Wolf 1996) si ha un brusco calo (dell’80 per cento) nella disponibilità a effettuarlo.
2.6 Sesta domanda
Esistono altri effetti negativi o non desiderati?

La maggior parte delle informazione fornite ai consumatori enfatizza i benefici degli screening e non menziona i rischi, gli eventi indesiderati, le incertezze e le controversie di tipo scientifico.
Secondo una revisione della Cochrane Library (Olsen 2001), lo screening mammografico sottopone centinaia di donne ad ansia, falsi allarmi e false riassicurazioni, nonché biopsie chirurgiche inutili. Inoltre la stragrande maggioranza di donne a cui il tumore viene correttamente diagnosticato con tre o quattro anni di anticipo non riceve alcun beneficio dalla diagnosi precoce (ma si può immaginare come peggiori la qualità della vita).
La diffusione verso la società civile di messaggi rassicuranti sui benefici e l’opportunità di sottoporsi agli screening permette di ottenere:
  • un alto tasso di partecipazione (e di copertura dei costi) della popolazione eleggibile (obiettivo principale e indicatore di successo per i proponenti dello screening);
  • un pubblico riconoscimento dell’attenzione verso il benessere sanitario dei cittadini (obiettivo dei politici e degli amministratori);
  • un aumento dei casi eleggibili da includere negli studi randomizzati (obiettivo dei ricercatori e dell’industria).
3 CHE COSA CHIEDERE PER UN INTERVENTO CHIRURGICO ELETTIVO
Molte delle considerazioni fatte in merito agli screening possono essere estese anche al caso degli interventi chirurgici elettivi (vale a dire quelli non praticati d’urgenza).
Nel caso in cui si prospetti l’eventualità di un intervento chirurgico è opportuno richiedere un «secondo parere», in modo da acquisire un supplemento di informazione e poter dare un consenso più informato.
3.1 Prima domanda
Perché questo intervento chirurgico è necessario? Che cosa mi capiterebbe, e con quale probabilità, se questa operazione non fosse eseguita?

Nella comunità scientifica non vi è accordo sulla effettiva necessità di diversi interventi chirurgici elettivi: un esempio è l’utilizzo della chirurgia per alleviare il mal di schiena, oggi molto in voga ma anche criticata per scarsa efficacia.
Diversi pazienti con ernia al disco si sottopongono infatti alla fusione vertebrale senza trarne alcun giovamento, ma affrontando i rischi collegati a un intervento chirurgico.
3.2 Seconda domanda
Esistono uno o più trattamenti alternativi? Se sì, quali sono i rischi e i benefici in rapporto all’operazione proposta?

La diagnosi, la cura e la pratica utilizzata per risolvere o gestire un problema possono variare in funzione del medico consultato: nel caso del mal di schiena, per esempio, un consulto da un chirurgo fornirà con più probabilità un’indicazione per un intervento rispetto a una visita ortopedica.
In quest’ottica si comprende facilmente l’importanza di un secondo parere, che non nasce dalla sfiducia nelle capacità dello specialista che si ha di fronte, ma dall’incertezza intrinseca della medicina, che genera «insicurezza diagnostica e terapeutica».
Di ogni alternativa prospettata è importante comprendere i benefici e i rischi associati: questo aspetto è fondamentale per poter dare un consenso davvero informato.
3.3 Terza domanda
Al mio posto lei si sarebbe sottoposto al medesimo trattamento? L’avrebbe proposto ai suoi familiari? Se no, per quali motivi?

Da uno studio sul ricorso alle pratiche sanitarie dei medici e dei loro familiari (una popolazione campione prilegiata perché informata in maniera più adeguata rispetto al resto dei pazienti), è emerso che esistono notevoli differenze rispetto al resto della popolazione: nel caso, per esempio, della tonsillectomia in età pediatrica (un altro intervento molto discusso) la prevalenza nel campione considerato era del 18 per cento, contro il 33 per cento di interventi tra i bambini non figli di medici.
Ciò dimostra che quando si ha accesso a un’informazione più critica e aggiornata il ricorso a molte pratiche cliniche discusse diminuisce notevolmente.
In un opuscolo prodotto dal Servizio sanitario del Canton Ticino e distribuito a tutte le famiglie si proponeva di chiedere un secondo parere medico per i seguenti interventi chirurgici:
  • l’asportazione di calcoli biliari (colecistectomia);
  • l’asportazione di emorroidi (emorroidectomia);
  • l’asportazione chirurgica dell’utero (isterectomia) quando l’indicazione non è una malattia tumorale;
  • l’operazione dell’ernia inguinale;
  • l’asportazione delle tonsille (tonsillectomia);
  • il raschiamento dell’utero;
  • l’operazione della prostata quando l’indicazione non è una malattia tumorale;
  • l’asportazine del menisco;
  • l’operazione alla cataratta;
  • l’asportazione delle vene varicose (varici);
  • l’operazione dell’ernia discale quando non esistono paralisi agli arti inferiori e/o alla vescica e all’intestino.
4 CHE COSA CHIEDERE SUI FARMACI
L’informazione diffusa dai mass media riguardo ai farmaci dovrebbe evitare qualsiasi tono «miracolistico» e non trascurare effetti collaterali e controindicazioni. Purtroppo ciò accade di rado ed è una pratica diffusa tra i giornalisti quella di accettare inviti a convegni in località turistiche e a spese delle aziende farmaceutiche per assistere alla presentazione di un nuovo farmaco e scrivere un articolo al riguardo.
Per sottolineare l’importanza di un’informazione corretta e completa, nel 2004 Riccardo Renzi (Corriere Salute), Roberto Satolli (Zadig) e Giampaolo Velo (WHO Reference Centre for Education and Communication in International Drug Monitorino) hanno curato la stesura di un documento che rappresenta una sorta di patto etico tra medici e giornali (leggi il testo completo sul sito di ScienzaEsperienza).
Anche gran parte dell’informazione che arriva ai medici proviene dall’industria farmaceutica. Per questo è opportuno chiedere spiegazioni al proprio medico se cambia un trattamento farmaceutico da anni in commercio (per cui esistono maggiori prove di efficacia e i cui effetti collaterali sono stati maggiormente studiati) e con il quale «ci si trovava bene», per un farmaco appena immesso sul mercato: potrebbe aver ricevuto la visita di un rappresentante dell’industria farmaceutica.
4.1 Prima domanda
A che cosa serve questo farmaco e come funziona? Qual è il nome del principio attivo? Esiste un farmaco generico analogo?

Conoscere il principio di funzionamento di un farmaco può essere utile per chiarire alcuni aspetti della propria malattia e per convincersi dell’efficacia. In commercio esistono quasi novemila specialità medicinali, e oltre 5.000 a denominazione generica (i principi attivi, tuttavia, sono poco più di 1.300): i farmaci generici non sono meno efficaci di quelli «griffati» e costano meno.
4.2 Seconda domanda
Quali effetti collaterali può provocare questo farmaco? Quali sono le controindicazioni?

Ogni prodotto farmaceutico ha effetti collaterali più o meno pericolosi per la salute (basta dare un’occhiata al foglietto illustrativo per rendersene conto), eppure questi aspetti raramente vengono sottolineati. I recenti scandali farmaceutici (come l’aumento di arresti cardiaci provocati dal rofecoxib o il rischio suicidiario legato al consumo di antidepressivi) sono derivati proprio dalla mancata diffusione da parte delle aziende farmaceutiche al pubblico e ai medici delle informazioni note da tempo sui pericolosi effetti.
4.3 Terza domanda
Esistono alternative non farmacologiche o farmaci che provocano minori effetti collaterali per curare questo disturbo?

Le strategie di marketing delle case farmaceutiche spingono verso la «medicalizzazione farmacologia» di situazioni che non sono, o lo sono in modo controverso, considerate patologiche. Il messaggio che arriva ai consumatori attraverso i mass media è che esista una pillola per ogni malanno, tuttavia molti disturbi possono trarre giovamento anche da pratiche non farmacologiche (per esempio attività fisica o una dieta particolare)
È bene che i consumatori conservino un sano scetticismo quando leggono un articolo su un farmaco e in particolare se questo descrive una nuova «sindrome» e la sua miracolosa cura appena scoperta.
Bibliografia

  • Black WC et al. Advances in diagnostic imaging and overestimations of disease prevalence and the benefits of therapy. N Engl J Med 1993; 328: 1237.
  • Domenighetti G. Il mercato della salute: ignoranza o adeguatezza? CIC Edizioni Internazionali, 1994
  • Domenighetti G et al. Women’s perception of the benefits of mammography screening: population-based survey in four countries. Int J Epidemiol 2003; 32: 816.
  • Olsen et al. Cochrane Syst Review 2001.
  • Smith R. The ethics of ignorance. J Med Ethics 1992; 18: 117.
  • Schwartz LM et al. Enthusiasm for cancer screening in the United States. JAMA 2004; 291: 71.
  • Sirovich BE et al. Cervical cancer screening among women without a cervix. JAMA 2004; 291: 2990.
  • Wolf. Arch Inter Med 1996.
Simona Calmi/Partecipa Salute

lunedì 2 settembre 2013

Il lato positivo della depressione

A cura di Laura Taccani

In diverse forme, la depressione interessa quindici milioni di italiani. Ossia circa il 25% della popolazione. Mettendo insieme i vari tipi e i diversi gradi di intensità, i numeri del “male oscuro” fanno paura. Sono cifre da epidemia, peraltro in costante aumento. C’è però un nuovo punto di vista sulla questione, che sta portando diversi studiosi a “rivalutare” alcuni aspetti di una patologia che colpisce la popolazione femminile in misura maggiore di 2/3 rispetto a quella maschile. In sintesi, guardando la diffusione della depressione in chiave evoluzionistica, alcuni psichiatri e psicologi sono arrivati a ipotizzare che anche questo male abbia una sua (per quanto dolorosa) funzione. E cioè spingere gli individui a concentrarsi sui propri problemi, per cercare di trovarvi una soluzione. La depressione – è stato sintetizzato dal New York Times Magazine in un articolo che affrontava questo dibattito – sarebbe in questo senso come la febbre. Una reazione che aiuta il sistema immunitario ad adattarsi a una situazione problematica, e dunque a reagire. Di questa tesi controversa abbiamo parlato con la dottoressa Anna Maria Casale, psicologa e psicoterapeuta a Roma.
Cos’è la depressione
Prima di tutto, esordisce la specialista, bisogna ribadire una premessa fondamentale. Al di là dei discorsi sul possibile “lato positivo” della depressione, e delle ricerche che avvalorano questa tesi. «Non va mai dimenticato che la depressione è una patologia seria e invalidante, che deve necessariamente essere diagnosticata e curata con un approccio integrato, sia psicologico che farmacologico. Una diagnosi precoce aiuta il decorso della malattia, perché l’individuo depresso è ancora fornito di energie vitali da poter utilizzare per il percorso di guarigione. In questo senso è fondamentale il ruolo delle persone vicine al malato, che hanno il dovere di comunicare con lui e magari indirizzarlo e sostenerlo. Anche per far uscire la persona dalla vergogna che spesso si accompagna a questa condizione». Ma cos’è esattamente la depressione, che nel linguaggio comune viene spesso confusa con la tristezza come se i due termini indicassero concetti intercambiabili? Ecco come lo spiega la dottoressa Casale: «Tra le due forme c’è una differenza sostanziale. La tristezza è una risposta naturale e innata a stati di privazione e perdita. Si tratta di una delle componenti della depressione che, invece, è una vera e propria patologia e non – come  spesso si pensa – uno stato di tristezza eccessiva e continuativa». Esistono diversi tipi di depressione. Da quella occasionale – una risposta a eventi particolarmente stressanti come lutti o separazioni – a quella legata a momenti delicati: per esempio la depressione post partum. Poi c’è la depressione intesa come situazione cronica (quindi svincolata da eventi specifici) e in questo caso si parla di depressione maggiore.

Il lato positivo della depressione 

La depressione può essere una risorsa?
Ed eccoci al punto: come è possibile che una patologia così invalidante possa essere vista alla pari di una risorsa? Spiega la dottoressa Casale: «Conoscere i propri limiti e sapere a cosa si va incontro in situazioni di grave difficoltà e debolezza psicologica, aiuta a gestire meglio i momenti critici. Facilita lo sviluppo di una sensibilità personale verso la debolezza propria e altrui, aiuta a percepire meglio il valore della vita e della salute, proprio perché si comprende cosa significa non riuscire a farlo». I primi a sostenere in modo articolato che la depressione può essere letta in chiave positiva sono stati i due ricercatori americani Andrews e Thomson.
Ai loro occhi la diffusione pandemica della depressione (un disturbo che può impedire la riproduzione e arriva a spingere al suicidio) sembrava “sfidare” le teorie evolutive di Darwin. In altre parole si sono chiesti come potesse essere così frequente un fenomeno estremamente pericoloso dal punto di vista evoluzionistico. Ed ecco l’ipotesi che hanno formulato, e tentato di dimostrare con le loro ricerche: la “ruminazione mentale” (quel continuo rimuginare sui problemi che caratterizza l’attività mentale del depresso) ha una funzione positiva: impedire al malato di distrarsi, e tenere la sua attenzione concentrata sul problema specifico che deve risolvere, o sulla situazione che deve imparare ad accettare. Chiarisce la dottoressa: «Secondo i due ricercatori, l’individuo viene posto di fronte alle proprie difficoltà e la mente tenta di superarle attraverso la “chiusura” tipica della depressione. Ovvero attraverso il rimuginio e la concentrazione su se stessi. Thomson ed Andrews non negano naturalmente la sofferenza legata alla malattia, ma ipotizzano che questa possa servire a imparare dai propri errori e a dare importanza alle cose di cui si ha davvero bisogno. Altri studiosi parlano di “realismo depressivo” spiegando con questo termine il fatto che le persone depresse hanno una visione delle cose più realistica. Sono stati condotti dei test, a questo proposito, nei quali le persone affette da depressione hanno ottenuto, rispetto al campione, dei punteggi più alti su una scala che misurava la capacità di analisi realistiche e la consapevolezza di fronte ai problemi».
 La tesi di Thomson ed Andrews ha ovviamente sollevato molte polemiche, e diversi colleghi dei due ricercatori si sono dichiarati scettici nei confronti delle loro ricerche. Di certo c’è che la questione è attuale e l’ipotesi tutt’altro che isolata. Per restare in Italia, la psicoterapeuta Ivana Castoldi ha appena pubblicato con lo stesso approccio di riflessione il saggio Riparto da me. Trasformare il mal di vivere in una opportunità per sé (Feltrinelli). Il punto di vista dell’autrice è appunto l’idea che la depressione sia parte integrante dell’esperienza affettiva di molte persone, e che il suo carico di dolore non debba essere rimosso ma trasformato in un’opportunità di riscatto. Più facilmente di quanto si possa credere.

Fonte: Esseredonnaonline.it