giovedì 31 maggio 2012

Endometriosi, la prevenzione comincia a tavola con gli OMEGA3

Arriva dal mondo accademico l'ennesima conferma che un'alimentazione sana ed equilibrata costituisce il miglior investimento per la salute
E oramai assodato che buona parte delle patologie sono generate dagli squilibri alimentari dei regimi dietetici a cui ci sottoponiamo e dagli errati stili di vita.
ENDOMETRIOSI E OMEGA3

L'ultimo caso in ordine di tempo riguarda l'endometriosi e la relazione esistente tra alimentazione e insorgenza di questa patologia.
Ne soffrono, solo in Italia, circa 3 milioni di donne. Si tratta di una patologia complessa e ad andamento cronico, caratterizzata da presenza anomala di tessuto all'interno dell'utero (può interessare i distretti più prossimi all'utero: ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino) che può condurre a infertilità. Ad oggi non si è giunti ad individuare una cura definitiva, ma è certamente possibile agire in termini di prevenzione. 


Gli studiosi della Harvard Medical School di Boston hanno pubblicato i risultati del proprio studio sulle pagine di Human Reproduction. 


La ricerca ha coinvolto 70.000 donne osservate nell'arco di 12 anni durante i quali i ricercatori, guidati da Stacey Missmer, hanno esaminato il collegamento tra la dieta abituale delle donne e l’incidenza dell’endometriosi.


I risultati hanno evidenziato che per le donne che assumevano la più elevata quantità di acidi grassi omega-3, il rischio di endometriosi si riduceva del 22% rispetto alle altre donne.
Non solo, lo studio ha anche osservato come un eccessivo consumo di grassi trans (comunemente definiti “grassi cattivi”) contribuisse ad aumentare del 48% il rischio di endometriosi.
I ricercatori della HMS non sono al momento in grado di determinare l’esatta correlazione tra i due fattori, ma nel frattempo si mostrano soddisfatti per i risultati ottenuti (anche se la correlazione tra omega3 ed riduzione dell'endometriosi è da tempo nota e in particolare attribuibile alla relazione tra acidi grassi omega 3 e metabolismo delle prostaglandine PGE1).
Fonte: Il Sentiero della Natura

venerdì 18 maggio 2012

Endometriosi: terapie complementari

Fonte: Dr. Perugini Billi   

L’endometriosi è stata descritta per la prima volta da Daniel Shroen nel 1620 in un libercolo dal titolo Disputatio Inauguralis Medica de Ulceribus Ulceri. Egli parla di infiammazioni nello stomaco, vescica, intestini e di larghi tralci fibrosi che formano adesioni tra i visceri.



Cos’è In parole povere, l’endometriosi è una dislocazione extrauterina del tessuto ghiandolare (endometrio). Questo tessuto può “attaccarsi” alle ovaie, alle tube di falloppio, all’intestino o ad altri organi. Come l’endometrio dell’utero, anche questi foci sono influenzati dalle variazioni ormonali, per cui ad ogni ciclo si congestionano di sangue, proliferano e si sfaldano, causando dolore, infiammazione e poi aderenze tra i tessuti.
L’endometriosi può interessare la donna già alla prima mestruazione e accompagnarla fino alla menopausa, sebbene dopo i 40 anni la crescita del tessuto endometriale extrauterino sembra sia più lenta. Può svilupparsi indipendentemente dal fatto di aver avuto o meno una gravidanza. Infine, questo problema affligge almeno il 10% delle donne in età riproduttiva e il 30-50% delle donne sterili o che hanno difficoltà a concepire.
Le cause Sono sconosciute, sebbene esistano varie teorie: alcune cellule endometriali possono essere presenti dalla nascita; le cellule potrebbero migrare verso l’area pelvica anche durante le mestruazioni, tramite il flusso di sangue o durante operazioni chirurgiche come il parto cesareo; un sistema immunitario difettoso non solo non riescirebbe ad eliminare le cellule che si trovano fuori posto, ma addirittura ne stimolerebbe la crescita; l’endometriosi sarebbe una malattia del sistema endocrino e l’estrogeno sarebbe il fattore principale di proliferazione dei foci.
I sintomi
Quelli più comuni sono: dismenorrea, dispareunia (dolore al rapporto sessuale), dolore pelvico, lombalgia, frequente stimolo ad urinare, colon irritabile, dolore a livello del retto e sanguinamenti, gonfiore addominale e stitichezza.

Terapie convenzionali
“La terapia della endometriosi pelvica deve tendere alla completa eliminazione di tutti i focolai presenti, possibilmente conservando il più possibile le strutture genitali interne, cioè l’utero, le salpingi o tube, le ovaie e liberando la pelvi dalle frequenti aderenze che la malattia fa formare tra gli organi della pelvi femminile. La Laparoscopia è il “Gold Standard” come terapia della endometriosi, è la unica terapia chirurgica che assicura precisione ripetibilità di esecuzione, minore trauma e dolore alla donna per la cura di questa malattia . Essa può essere praticata più volte per permettere di estirpare in maniera completa la endometriosi. La rimozione dell’utero non necessariamente fa guarire la donna ma sicuramente la rende infertile, ed è sconsigliata. La terapia medica si avvale di alcuni farmaci che bloccano gli ormoni ovarici, questi farmaci sono chiamati agonisti del GNRH, in pratica bloccano la produzione da parte dell’Ipotalamo (ghiandola situata nel cervello) di questa sostanza, chiamata GNRH, che serve a stimolare il funzionamento dell’Ipofisi che a sua volta permette alle ovaie di funzionare. Questi farmaci inducono una menopausa temporanea che presenta tutti i sintomi di una menopausa vera e propria: Secchezza vaginale, perdita di calcio, vampate, ecc. Attualmente si possono associare piccole dosi di terapia con ormoni femminili per ridurre gli effetti di tipo menopausa, tali terapie non curano la malattia. La terapia dura sei mesi o oltre a seconda della entità della malattia (1).”

Terapie complementari o non convenzionali
Le pazienti affette da endometriosi dovrebbero liberamente valutare anche le proposte terapeutiche delle medicine non convenzionali, che possono essere integrate o meno con quelle convenzionali.

Ayurveda - Secondo la medicina ayurvedica, la gran parte delle malattie croniche compaiono quando le tossine (ama) si accumulano e poi iniziano ad alterare l’equilibrio dei tessuti. L’accumulo di tossine ostruisce i canali di circolazione ed eliminazione nelle zone colpite. Questi blocchi impediscono il nutrimento grossolano e sottile dei tessuti e allo stesso tempo l’eliminazione dei prodotti di scarto. Il risultato dell’accumulo di tossine è la riduzione delle difese e la rottura dei ritmi biologici.

Nel caso dell’endometriosi, le tossine si accumulano nel tessuto riproduttivo, irritandolo e stimolando una lenta produzione di tessuto in eccesso. Più precisamente, secondo alcuni Autori, si tratterebbe principalmente di un problema associato al dosha Kapha, considerata la presenza di crescita anomala di tessuto cellulare. Tuttavia anche gli altri due dosha non sarebbero del tutto estranei, perché l’endometriosi comprende aspetti come:

- il sangue, gli ormoni e l’ infiammazione che sono sotto l’influsso di Pitta;
- il movimento verso il basso del mestruo, la circolazione del sangue e, fondamentale in questa malattia, la dislocazione extrauterina del tessuto endometriale, che sono sotto l’influsso di Vata.

Pertanto, l’endometriosi, sarebbe una condizione Sannipatika, cioè una malattia che coinvolge tutti e tre i dosha, sebbene in proporzioni diverse a seconda dei soggetti.

L’intervento terapeutico è diretto ai sintomi associati all’endometriosi, ma soprattutto alla eliminazione delle tossine (ama) e al ristabilimento dell’equilibrio dei dosha, attraverso preparati erboristici, dieta e terapie fisiche. In questo modo, si ottengono davvero degli ottimi risultati nel controllo dei sintomi e addirittura nella regressione del fenomeno.

Per quanto riguarda i preparati fitoterapici, ne esistono alcuni che si sono dimostrati efficaci, nell’esperienza medica pratica, nel ridurre il dolore, l’emorragie, l’infiammazione e l’irregolarità del mestruo. Questi preparati sono soprattutto a base di piante come Shatavari (
Asparagus racemosus Willd.), Lodhra (Symplocos racemosa Roxb.), Ashok (Saraca indica L.) e Nagkesara (Musea ferrea L.).

Farmaci omeopatizzati - L’approccio ayurvedico si combina in modo eccellente all’omeopatia. Particolarmente utili si dimostrano i farmaci in fiale della medicina omotossicologica tedesca e anche quelli antroposofici, a base di organoterapici (Endometrium, Uterus, ecc.), piante medicinali (Apis, Pulsatilla, Lachesis, Lilium, ecc.) e minerali (Argentum, Quartz, Mercurius, ecc.), che possono essere efficacemente iniettati per via mesoterapica.
Vischio (Viscum album) - Uno studio giapponese che ha utilizzato il vischio in forma iniettabile su donne affette da endometriosi molto dolorosa e che avevano subito un intervento di isterectomia o di escissione dei foci in laparoscopia ha portato ad un significativo miglioramento della sintomatologia (2).
Omega-3 - L’azione antinfimamatoria dell’omega-3 acido eicosapentainoico (EPA) è stato studiato in un modello animale di endometriosi. I ricercatori sono giunti alla conclusione che questo omega-3 potrebbe essere utilizzato vantaggiosamente nella terapia di questa patologia (3).

Epigallocatechine gallate - Lo sviluppo di nuovi vasi (angiogensi) gioca un ruolo essenziale nella crescita e sopravvivenza dei foci endometriali. Le epigallocatechine gallate (EGCG) derivate dal tè verde hanno un potente effetto antiangiogenetico. In un modello animale di endometriosi l’effetto antiagiogenetico delle EGCG si è dimostrato efficace nel ridurre la proliferazione dei foci patologici (4).

Flavonoidi - Alcuni flavonoidi hanno la funzione di regolare la circolazione e il tono venoso. La sommistrazione di un estratto di frazione flavonoica purificata micronizzata (500mg x due volte al dì) a donne affette da endometriosi ha portato ad una significativa riduzione dei dolori pelvici, già dopo il terzo mese (5).

Integratori - E’ stato visto che le donne con endometriosi hanno un’assunzione ridotta di antiossidanti, segnatamente le vitamine C, E e i minerali Zinco e Selenio. Nelle forme più gravi di endometriosi si è anche evidenziata una correlazione tra bassi livelli di antiossidanti e alto grado di lipoperossidazione nel plasma e nel liquido peritoneale (6). In un altro studio, l’integrazione alimentare di vitamina C  ed E è stata in grado di ridurre i marcatori dello stress ossidativo nelle donne con endometriosi (7). Lo stress ossidativo sembra sia anche alla base della sterilità, uno dei problemi che si accompagna all’endometriosi (8). Anche la vitamina B6 e l’olio di enottera potrebbero essere indicati per controllare soprattutto i sintomi premestruali (9).
Inibitori naturali dell’aromatasi - L’aromatasi P450 (P450arom) è l’enzima chiave per la sintesi degli estrogeni, ormoni fondamentali nello sviluppo dell’endometriosi. Nell’endometrio normale non si rileva nessuna attività di questo enzima, quindi questo tessuto non produce localmente estrogeno (10). Il tessuto endometriosico al contrario presenta alti livelli di P450arom.
Gli inibitori dell’aromatasi sono molto diffusi nel mondo vegetale e appartengono soprattutto al gruppo dei flavonoidi: quercitina (es. nella mela), apigenina (es. nel prezzemolo, sedano, carciofo, camomilla e basilico), narigenina (es. negli agrumi), resveratrolo (es. nella buccia e semi dell’uva), oleuropeina (es. foglie di olivo) e risina (es. polline, miele, passiflora). Da questi sono stati spesso ricavati degli integratori dove il principio attivo opportunamente associato ad altre sostanze naturali viene reso molto più disponibile per il nostro organismo. Anche l’indolo-3-carbinolo presente soprattutto nelle crocifere (broccoli, cavoli, verze, ecc.) ha un’ottima e sperimentata azione antiestrogenica (11). Gli inibitori dell’aromatasi sono anche presenti nel melograno e nel tè. Una certa attività antiaromatasi è stata dimostrata anche per la melatonina (12).


Bibliografia
1) www.endometriosi.it
2) Lim YT, Mistletoe Therapy in Persistent Endometriosis Paitents www.endometriosis.gr.jp
3) Netsu S et al, Oral eicosapentaenoic acid supplementation as possible therapy for endometriosis. Fertil Steril. 2008 Oct;90(4 Suppl):1496-502.
4) Xu H et al, Anti-angiogenic effects of green tea catechin on an experimental endometriosis mouse model. Hum Reprod. 2009 Mar;24(3):608-18.
5) Simsek M, Burak F, Taskin O. Effects of micronized purified flavonoid fraction (Daflon) on pelvic pain in women with laparoscopically diagnosed pelvic congestion syndrome: a randomized crossover trial. Clin Exp Obstet Gynecol. 2007;34(2):96-8.
6) Hernández Guerrero CA et al, Endometriosis and deficient intake of antioxidants molecules related to peripheral and peritoneal oxidative stress. Ginecol Obstet Mex. 2006 Jan;74(1):20-8.
7) Mier-Cabrera J et al, Effect of vitamins C and E supplementation on peripheral oxidative stress markers and pregnancy rate in women with endometriosis. Int J Gynaecol Obstet. 2008 Mar;100(3):252-6.
8) Agarwal A, Gupta S, Sharma RK. Role of oxidative stress in female reproduction. Reprod Biol Endocrinol. 2005 Jul 14;3:28.
9) Peterkin D, O'Grady K, Sanson-Fisher R Premenstrual symptoms in general practice patients. Prevalence and treatment. (J Reprod Med. 1997 Oct;42(10):637-46.
10) Serdar E, Aromatase and Endometriosis Semin Reprod Med 2004; 22(1): 45-50 .

11) Indole 3 Carbinol - the safer, natural Tamoxifen?
www.canceractive.com/cancer-active-page-link.aspx?n=1417.

12) Martínez-Campa C et al, Melatonin inhibits aromatase promoter expression by regulating cyclooxygenases expression and activity in breast cancer cells. Br J Cancer. 2009 Nov 3;101(9):1613-9.

giovedì 3 maggio 2012

PRESENTATA PROPOSTA DI LEGGE SU EMDOMETRIOSI


(AGENPARL) - Roma, 03 mag - Il testo unificato di due proposte di legge per la tutela delle donne affette da endometriosi, come elaborato da un Comitato ristretto, è stato illustrato alla III Commissione del Consiglio regionale (presieduta da Giorgio Venier Romano, UDC) dai primi firmatari dei due provvedimenti, Massimo Blasoni (Pdl) e Sergio Lupieri (PD). L'endometriosi è una malattia cronica e complessa delle donne che interessa l'apparato genitale. Si stima che circa il 10% delle donne in Europa ne sia affetto e che sia la causa di infertilità femminile nel 30%, 40% dei casi.
In Italia, le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni. I tempi medi di diagnosi dalla prima comparsa dei sintomi, che avviene tipicamente in età giovanile, è mediamente superiore ai 10 anni. Il testo presentato alla Commissione - è stato sottolineato dai due consiglieri proponenti - ha ottenuto un'ampia condivisione, nella consapevolezza che si tratta di una malattia che ha la necessità di ottenere le più ampie tutele. Per questo motivo vi è la volontà di approfondire una situazione ancora aperta, ossia la possibilità di esentare le donne affette da endometriosi dalla compartecipazione alla spesa sanitaria specialistica, perché tale patologia merita lo stesso riconoscimento sociale di quelle che oggi già ce l'hanno.
Il testo all'attenzione della Commissione si compone di 8 articoli: l'1 contiene le finalità; il 2 istituisce un Osservatorio per svolgere attività di monitoraggio, raccolta dati e statistiche, proporre campagne di informazione, azioni di prevenzione dirette alla diagnosi precoce, modalità di coordinamento delle attività di diagnosi, cura e ricerca, predisporre una relazione sull'attività svolta; il 3 prevede un registro regionale per la raccolta e l'analisi dei dati clinici e sociali; il 4 si interessa delle campagne di informazione e di sensibilizzazione; il 5 istituisce una giornata regionale per la lotta all'endometriosi; il 6 contiene disposizioni per la formazione del personale medico, di assistenza e dei consultori familiari; il 7 prevede il coinvolgimento del mondo dell'associazionismo e del volontariato; l'8 contiene le disposizioni finanziarie. La Commissione, prima di esaminare il testo, ha programmato una serie di audizioni con i soggetti interessarti per giovedì 17 maggio.
Fonte: Agenzia Parlamentare

giovedì 19 aprile 2012

Una legge sull'endometriosi



Una legge sull'endometriosi - La proposta di Francesca Barracciu

CAGLIARI. "Con la proposta di legge Disposizioni per il riconoscimento della rilevanza sociale dell'endometriosi ed istituzione del registro regionale di cui sono prima firmataria, condivisa anche dai colleghi del PD Espa, Corda, Bruno, Cocco, Solinas e V. Meloni, adempiamo ad un necessario atto di civiltà che intende contribuire al benessere delle donne sarde e a garantire i diritti sanitari come previsto dalla costituzione e del nostro statuto. 


La legge vuole inoltre colmare il grave decifit di attenzione specifica da parte del sistema sanitario regionale. Malattia estremamente comune ma misconosciuta dal sistema sanitario nazionale, l'endometriosi porta sofferenza anche grave e compromette la vita quotidiana di milioni di donne. Nonostante siano numerosi i progetti di legge che gravitano in Parlamento per il suo riconoscimento quale “malattia sociale”, il peso della malattia ricade però ancora interamente ed esclusivamente sulle donne. Gli effetti di questa patologia, che consiste nella fuoriuscita di cellule del rivestimento interno dell'utero (endometrio) che si impiantano altrove provocando irritazioni, aderenze e disturbi molto dolorosi e invalidanti tra cui anche la sterilità, incidono pesantemente sulla possibilità di condurre serenamente le normali attività sociali e lavorative, sullo stato di salute fisica generale e sul benessere emotivo della donna. Per questa ragione la proposta di legge riconosce l’endometriosi quale malattia a rilevante impatto sociale e la contempla tra le malattie con diritto all'esenzione, a carico del Servizio sanitario regionale. La diffusione della patologia è enorme, anche la Sardegna parrebbe, sebbene non ci siano stime certe, rispettare il rapporto di 1 a 10 diffuso nell'Unione Europea.
Se la norma fosse approvata, sarebbe possibile, a livello regionale, non solo assicurare alle donne sofferenti di endometriosi una copertura sanitaria e l'esenzione dai costi dei trattamenti e dei farmaci, ma anche monitorare costantemente la malattia ai fini della migliore pianificazione e programmazione territoriale, grazie all'istituzione del Registro regionale dell’endometriosi e della Commissione regionale, e garantire il supporto alle associazioni del volontariato con la quale la Regione si impegna a promuovere campagne informative e di sensibilizzazione".
Francesca Barracciu, consigliera regionale PD, membro della Commissione sanità

Fonte: Sassari Notizie

martedì 7 febbraio 2012

Endometriosi: possibile rimozione dall’ovaio senza rischi per la salute

a cura di Giovanna Manna/Fonte: Tutto per Lei



Rimuovere l’endometriosi dall’ovaio è ora possibile senza arrecare danni alla salute della donna. A spiegarlo è uno studio italiano condotto dai ginecologi dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, che si è concentrato su un intervento in caso di cisti ovariche senza comprometterne la fertilità delle donne.
Ebbene questi ricercatori sono riusciti a tracciare un “identikit” delle cisti ovariche causate dall’endometriosi, chiarendo come agire su quelle che si possono asportare senza alcun rischio per la paziente.
Inoltre, sono riusciti ad indicare le tipologie non rimovibili per proteggere pertanto anche la capacità di procreazione.
A tal fine, prima di proseguire è bene fare un punto statistico della patologia: l’endometriosi colpisce l’apparato genitale femminile interessando un numero considerevoli di donne in età fertile.
Si parla, infatti, di una percentuale della popolazione femminile che va dal 15% al 45%. Tra le donne più colpite si tratta di un “interessamento ovarico”, conosciuto come endometrioma.
Per questo, tali studiosi, si sono domandati se fosse possibile togliere una cisti ovarica collegata alla malattia senza compromettere anche la capacità riproduttiva della donna o se fosse meglio provare con un trattamento farmacologico.
Lo studio, condotto dal gruppo del professor Antonio Lanzone, direttore di Istituto di Clinica Ostetrica e Ginecologica della Cattolica di Roma, e coordinato dal professor Maurizio Guido, docente nello stesso Istituto, pubblicato sulla rivista Fertility and Sterility, si è concentrato analizzando “caso per caso”, a seconda della cisti.
Lanzone, ha dunque sottolineato, come nelle donne giovani (under-32 anni) rimuovere le cisti endometriosiche di piccole dimensioni possa arrecare un danno superiore, un rischio alla fertilità rispetto invece, alla rimozione di cisti di più grossa dimensione.

martedì 31 gennaio 2012

Dal ginecologo già a 13-15 anni


Fonte: Italia Salute

Dal ginecologo già a 13-15 anni
In Italia, secondo un recente studio dello Iard (Istituto di ricerca sui processi culturali, educativi e formativi), tre donne su dieci rimandano fino ai trent’anni la prima visita. Di solito si considera come indicazione più corretta far coincidere la prima visita dal ginecologo con l’inizio dell’attività sessuale, ma può essere anticipata in caso di disturbi come mestruazioni dolorose o menarca troppo precoce.
La nuova raccomandazione dell'American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) pubblicata su Obstetrics and Gynecology è che le adolescenti dovrebbero avere la loro prima visita ginecologica già a 13 - 15 anni, anche se il primo Pap-test solitamente viene prescritto più tardi.
Due anni fa, la American Cancer Society ha cambiato le proprie raccomandazioni per quanto riguarda il primo Pap-test, vale a dire entro 3 anni dopo l'inizio dell'attività sessuale e, in ogni caso, entro i 21 anni.
Secondo l'ACOG, però, c'è il rischio che questa indicazione venga interpretata da ragazze e genitori come un messaggio teso a non considerare necessarie visite ginecologiche sistematiche prima del pap-test. Per questo ha preferito raccomandare ai medici di sollecitare una visita ostetrico-ginecologica prima dell'inizio dell'attività sessuale e di sottolineare la differenza fra un Pap-test e la visita annuale.
Anche se alla prima visita non c'è l'esame pelvico, il medico può fornire le informazioni fondamentali circa l'esigenza di test per la diagnosi delle malattie sessualmente trasmesse cui si può andare incontro quando comincerà l'attività sessuale.
L'ACOG, inoltre, suggerisce ai medici di non soffermarsi semplicemente sull'età del primo rapporto sessuale quando si tratta di consigliare il Pap-test. Se si sono avuti precedenti episodi di malattie sessualmente trasmesse, più partner sessuali, deficit immunitari, il rischio di infezione da papillomavirus umano è superiore.
Ciò che è importante, dunque, è la storia sessuale del soggetto, anche se bisogna ricordare che eventuali anormalità nelle cellule cervicali possono regredire spontaneamente e che terapie aggressive potrebbero mettere a rischio la fertilità: solo nei casi di gravi anormalità è il caso di intervenire con terapie mirate.

CLAMIDIA


CLAMIDIA

La Clamidia è una malattia sessualmente trasmissibile tra le più comuni, causata da un batterio, Chlamydia trachomatis. Anche se le manifestazioni sintomatiche sono molto leggere, tanto da non essere spesso riconosciute dalle persone che ne sono colpite, può essere comunque causa di seri danni all’apparato riproduttivo femminile, fino a dare infertilità. Nella maggior parte dei casi l’infezione interessa le donne, soprattutto le adolescenti e le giovani donne sessualmente attive.

La Clamidia si trasmette attraverso i rapporti sessuali di ogni tipo, vaginali, anali e orali. Una donna infetta può però trasmetterla, attraverso il parto, anche al figlio neonato, causando un’infiammazione agli occhi e all’apparato respiratorio. E’ infatti una delle prime cause di congiuntivite e di polmonite nei neonati.

Se non trattata, l’infezione può progredire causando conseguenze sia a breve che a lungo termine, che possono, come i sintomi, rimanere ‘silenti’. Nelle donne, la manifestazione più tipica dell’infezione è l’infiammazione pelvica (pelvic inflammatory disease, PID) che interessa quasi la metà delle donne che non hanno seguito alcun trattamento. La PID può causare danno permanente alle tube, all’utero e ai tessuti circostanti, con conseguente dolore cronico, infertilità e possibilità di gravidanze extrauterine. Le donne affette da Clamidia hanno una probabilità di rischio di contrarre il virus dell’AIDS cinque volte più alta.

Gli uomini di solito non subiscono danni permanenti, anche se un recente studio pubblicato da un’equipe svedese afferma che esiste una correlazione tra l’infezione di Clamidia negli uomini e la loro sterilità. A volte però l’infezione può interessare l’epididimo, causando dolore, febbre e, in qualche caso, sterilità.

Molto raramente, l’infezione può avere conseguenze più serie, come una forma di artrite accompagnata da lesioni epidermiche e infiammazione agli occhi e all’uretra, una condizione definita sindrome di Reiter.
SintomiLa Clamidia è definita una infezione silenziosa, perché nella grande maggioranza dei casi i sintomi non sono evidenti, e se si manifestano è solitamente da una a tre settimane dopo l’infezione.
Nelle donne, il batterio infetta la cervice e l’uretra, causando perdite vaginale anomale o una fastidiosa sensazione di irritazione. L’infezione si espande poi alle tube, causando in alcune persone dolori addominali al basso ventre, alla schiena, nausea, febbre e perdite sanguinolente anche al di fuori del ciclo mestruale. Dalla cervice, l’infezione può eventualmente espandersi al retto.

Negli uomini, i sintomi possono manifestarsi come perdite dal pene o come sensazione di irritazione e prurito. Raramente, si hanno infiammazioni e ingrossamento dei testicoli.

Se trasmessa attraverso un rapporto anale, la Clamidia può infettare il retto e dare dolori, perdite e sanguinamenti. Se trasmessa attraverso un rapporto orale, può infettare la gola.
Prevenzione e trattamentoDate le possibili serie conseguenze ‘silenti’ dell’infezione, viene raccomandata una prassi preventiva con screening annuale per tutte le donne sessualmente attive sotto i 25 anni di età, o per le donne più vecchie che cambino frequentemente partner sessuali, e per tutte le donne in stato di gravidanza. Numerosi studi, secondo i CDC americani e il servizio di salute pubblica britannico, correlano la prassi dello screening alla riduzione della probabilità di PID.

La Clamidia è identificata grazie a due tipi di test in laboratorio, sia dal prelievo di tessuti infetti che da un campione delle urine.
Data la natura batterica dell’infezione, la Clamidia è trattabile con antibiotici. Oltre al soggetto interessato, è necessario che anche tutti i partner sessuali vengano testati per la presenza del batterio ed eventualmente trattati. Il rischio di re-infezione in pazienti esposti a soggetti infetti è molto elevato, e aumenta notevolmente la possibilità che le conseguenze dell’infezione siano molto serie. Le persone infette dovrebbero astenersi da qualsiasi attività sessuale ed effettuare un nuovo test tre-quattro mesi dopo la cura. L’uso di preservativi riduce notevolmente il rischio di infezione.

Fonte: EpiCentro 

Tiroide: sesso e fertilità


Tiroide: sesso e fertilità
Ecco i disturbi più diffusi e come influiscono sulla vita di tutti i giorni.
La tiroide è una piccola ghiandola a forma di farfalla posta immediatamente sotto il pomo di Adamo. Questa ghiandola gioca un ruolo molto importante nel controllo del metabolismo corporeo mediante la produzione degli ormoni tiroidei. Queste sostanze, tramite il circolo ematico, raggiungono ogni distretto del nostro organismo. 

La tiroide può influire negativamente sulla vita sessuale, in particolare se uno dei componenti della coppia è affetto da ipertiroidismo o ipotiroidismo, le patologie più diffuse dovute al malfunzionamento della tiroide. L’ipertiroidimo compare quando vi sono troppi ormoni tiroidei in circolo. La forma più comune di ipertiroidismo, il morbo di Graves - Basedow, è causata da disordini del sistema immunitario. Una delle conseguenze più comuni è l’ansia, che può portare nel maschio a casi di eiaculazione precoce (circa il 50% dei casi) e difetto del desiderio. In caso di ipertiroidismo, per la donna una delle conseguenze può essere l’infertilità. 
I principali sintomi possono essere frequenza cardiaca accelerata, nervosismo, sudorazione aumentata, debolezza muscolare, tremori alle mani, perdita di peso e di capelli. 

L’ipotiroidismo avviene invece quando vi sono pochi ormoni tiroidei in circolo e rallenta le funzioni corporee. Le donne ne sono più frequentemente affette rispetto agli uomini. I sintomi principali sono la sensazione di stanchezza e di freddo, riduzione della frequenza cardiaca e perdita di memoria. L’ipotiroidismo può causare l’aumento di peso e – in alcuni casi – stati depressivi. Le influenze negative portate dallo stato depressivo possono causare per l’uomo casi di disfunzione erettile. Vi è inoltre un aumento di prolattina, ormone prodotto dall’ipofisi, che può portare all’infertilità per l’uomo ed al blocco del ciclo mestruale per la donna. 

Uno stile di vita sano può prevenire il malfunzionamento della tiroide: movimento, sport e una dieta ricca di iodio (sale iodato o pesce) e povera di alcol e caffeina (contro l’ipertiroidismo) o di cavoli (ritenuti “gozzigeni”, che favoriscono cioè il gozzo) possono aiutare la tiroide a lavorare meglio. 

Gli esami diagnostici più comuni per ipertiroidismo, ipotiroidismo e gozzo sono gli esami del sangue e l’ecografia tiroidea. In alcuni casi può essere utile una scintigrafia tiroidea, esame strumentale che permetti di valutare forma e funzione della tiroide. 
Dott. Alessandro Pizzocaro
Fonte: HumanitasSalute

Australia. Isolate staminali adulte dell'utero


Australia. Isolate staminali adulte dell'utero
Isolate cellule staminali adulte dall'utero di donne, attraverso la scoperta di due molecole che permettono di identificarle e separarle dalle altre cellule: le staminali adulte cosi' isolabili sono la sorgente di cellule che ogni mese danno alla donna in eta' fertile le mestruazioni.
Il risultato, reso noto sulla rivista Human Reproduction, si deve a Caroline Gargett del Centre for Women s Health Research, presso la Monash University di Victoria in Australia.
Le cellule staminali adulte dell'utero sono state isolate grazie alla scoperta di due molecole, 'CD146' e 'PDGF-R ', identificate dal gruppo di ricerca australiano, grazie alle quali sara' quindi possibile prelevare questa preziosa fonte di staminali mesenchimali dall'endometrio di donne ed eventualmente usarle per numerose applicazioni cliniche in campo ginecologico, come la cura del prolasso uterino che affligge oltre una donna su due dopo il parto. Inoltre le staminali potranno essere studiate per scoprire come ogni mese si forma il flusso mestruale e per scoprire le cause di malattie come 
l'endometriosi.L'esistenza di staminali adulte nell'utero era cosa nota, visto che ogni mese questo tessuto si sviluppa in preparazione di un'eventuale gravidanza per poi essere eliminato col flusso mestruale se non c'e' stata fecondazione. Tuttavia finora era stato impossibile isolare queste staminali.
La chiave per farlo sono le due molecole, CD146 e PDGF-R , che i ricercatori australiani hanno scoperto essere il segno distintivo delle staminali mesenchimali dell'utero. Solo queste cellule infatti portano entrambe queste molecole sulla propria superficie. Grazie ad esse quindi con macchinari sofisticati di separazione cellulare sono state isolate le staminali dell'utero da tessuto di donne che erano state sottoposte ad isterectomia.
In laboratorio le cellule sono state testate dimostrando di essere staminali adulte a tutti gli effetti in grado di formare cellule adipose, muscolari, cartilaginee, ossee.
Potendole isolare cosi' facilmente le cellule staminali dell'utero potrebbero divenire utili per terapie cellulari in campo ginecologico. Inoltre poiche' ogni mese presiedono alla formazione dell'endometrio, le staminali isolate potrebbero svelare i segreti di una malattia molto diffusa, l'endometriosi.